Politecnico di Torino, 22-23 giugno 2000

Sala Consiglio di Facoltà

Corso Duca degli Abbruzzi 24, 10129 Torino

 

Convegno:


CULTURA, SCIENZA e INFORMAZIONE

DI FRONTE ALLE NUOVE GUERRE


 

 

Organizzato dal comitato Scienziate e Scienziati contro la guerra,

in collaborazione con il Politecnico e l'Università di Torino,

con il Centro Interateneo Studi per la Pace di Torino,

e con il supporto logistico di Alternativa Sindacale Piemonte.

 

 


RIASSUNTI DELLE RELAZIONI

 

 

 

1a sessione


INFORMAZIONE E DISINFORMAZIONE: CULTURA, SCIENZA E GUERRE

 

 

 

LA GUERRA E IL TRADIMENTO DEI CHIERICI

Angelo d’Orsi

Università Di Torino

 

La questione degli intellettuali appare sicuramente una di quelle centrali del secolo che si chiude. Innanzi tutto per l’ovvia ragione che è precisamente dal volgere del secolo precedente nel nostro che si è incominciato a usare l’espressione e alla costituzione stessa della categoria sociale cui essa si riferisce; in secondo luogo perché le stesse rapide trasformazioni sociali ed economiche del mondo – del mondo della «cultura bianca», essenzialmente – hanno dato un ruolo crescente ai monopolizzatori della cultura, sia sul piano creativo, che su quello della elaborazione e trasmissione di valori, che, infine, sul piano organizzativo e istituzionale. Il secolo XX, insomma, ha assicurato un peso via via maggiore agli intellettuali. Di pari passo è proceduta, ovviamente, la crescita del loro peso civile e, spesso, sempre più spesso, direttamente politico. Ma non sempre gli intellettuali sono stati all’altezza, innanzi tutto sul piano morale, delle responsabilità che più o meno disinvoltamente si assumevano. Il XX è stato un secolo di infiniti massacri (oltre duecento milioni di morti ammazzati direttamente per mano dell’uomo, solo nel corso delle grandi stragi. Dinanzi a tali eventi, gli uomini di cultura sono apparsi perlopiù o complici o impotenti; tra loro le voci di dissenso critico, o i gesti di rivolta morale (e talora anche pratica, organizzata) non sono mancati, ma si è trattato nell’insieme di fenomeni minoritari.

Il “tradimento dei chierici”, per usare l’icastica formula di Julien Benda, ha raggiunto il suo acme nelle innumerevoli guerre del secolo. Per limitarsi all’Italia, dall’impresa di Libia del 1911-12 alla Grande Guerra, dalle guerre coloniali fasciste al secondo conflitto mondiale, fino alle guerre degli anni Novanta, nella loro stragrande maggioranza gli uomini di cultura si sono eretti a corifei della “nazione”, della “civiltà”, dell’“Occidente” e di altri miti abdicando al loro ruolo critico, alla loro funzione di sacerdoti della Verità. Essi si sono schierati dalla parte del potere, facendo coincidere la difesa degli interessi di quel potere con la tutela dei propri privilegi di casta. Dopo la Guerra del Golfo, che ha assunto ancora una volta gli uomini di cultura nelle file dei persuasori, dei giustificatori, degli inventori di slogan, dei costruttori di «verità» sulla base di un ricorso disinvolto ai magazzini della storia, in nome dell’unità, della superiorità, della Verità dell’Occidente, ecco la Guerra del Kosovo, o meglio dei Balcani riproporre gli stessi meccanismi del Golfo, nella quale il ricorso all’infinito supermarket della storia è stato particolarmente forte e martellante, allo scopo di fornire alla classe politica e ai suoi propagandisti gli strumenti concettuali, geopolitici e soprattutto storici (falsamente storici) per giustificare un’aggressione armata, da parte di una coalizione di quasi tutti i più potenti Stati della terra contro una piccola nazione.

Di nuovo, come nel 1914-15, l’“interventismo della cultura”: sullo scadere del secolo (e del millennio) i clercs hanno consumato la loro ennesima trahison.

 

 

Ricerca scientifica, ricerca per la pace e trasformazione nonviolenta dei conflitti

Nanni Salio

Centro Studi Sereno Regis, Torino

 

Nella ricerca per la pace si possono individuare tre principali scuole di pensiero, che differiscono a seconda dell’idea di pace alla quale si richiamano: pace negativa (assenza di guerra); pace positiva (assenza di guerra e di violenza strutturale); pace intesa come nonviolenza (capacità di trasformare dei conflitti nello spazio sociale micro, meso e macro senza far ricorso alla violenza).

Verrà pertanto presentata una mappa ragionata delle più significative linee di ricerca in corso, dei problemi aperti e dei più importanti centri di ricerca e network internazionali relativi a ciascuna scuola.

Ma quali correlazioni esistono tra ricerca scientifica e ricerca per la pace? E qual è, se esiste, il fondamento razionale della ricerca orientata alla trasformazione nonviolenta dei conflitti?

Per rispondere a questi interrogativi è innanzi tutto necessario sottolineare alcuni degli aspetti più salienti di cosa significa “Fare scienza oggi” (¹). Primo, è sempre più difficile separare e distinguere la ricerca tecnologica da quella scientifica, tant’è che si sta imponendo il termine “tecnoscienza” per descrivere questo intreccio. Secondo, da tempo i luoghi della ricerca non sono più soltanto i laboratori pubblici (università, centri di ricerca statali a carattere civile) ma hanno assunto una importanza crescente i laboratori di ricerca militari e quelli industriali (privati). Ammesso che sia mai esistito, è cambiato l’ethos del ricercatore indipendente, privo di interessi personali (alla Thomas Merton, per intenderci). Terzo, la vera etica degli scienziati/e (ma forse più “i” che “e”) è quella della neutralità e avalutabilità della scienza. Non c’è posto per l’etica. Quarto, la ricerca scientifica è stata fortemente condizionata dal modo di fare scienza e dalla cultura sviluppate prevalentemente da esseri umani maschi. Quinto, sono necessarie buone ricerche sociologiche e antropologiche che permettano di conoscere il modo concreto di operare degli scienziati/e non limitandosi soltanto alle analisi astratte di filosofia della scienza (Bruno Latour).

Se questi presupposti sono veri, anche solo parzialmente, le correlazioni che si possono stabilire con la ricerca per la pace, in particolare con la scuola della nonviolenza, sono a dir poco problematiche. Si cercherà di costruire una piccola mappa delle aree di ricerca più sensibili, dei problemi posti dalle varie discipline, di come si potrebbero orientare o ri-orientare le ricerche disciplinari per esplorare alcune delle questioni aperte di cui si occupa la ricerca per la pace.

Infine, verrà affrontato il tema più cruciale che caratterizza la ricerca per la pace: la trasformazione nonviolenta dei conflitti. Oltre a tracciare uno schema interpretativo della dinamica dell’azione nonviolenta, si esplorerà il rapporto tra tecnologia e difesa popolare nonviolenta, a partire dal lavoro di alcuni dei più significativi studi del settore (Brian Martin).

 

Bibliografia


Johan Galtung, Peace by Peaceful Means, Sage-Prio, Oslo 1996

Philip Morrison e Kosta Tsipis, Reason enough to Hope , MIT Press, Cambridge 1998

Ho-Won Jeong, ed., The New Agenda for Peace Research, Ashgate, Aldershot 1999

Brian Martin, “Social Defense Strategy: The Role of Technology”, Journal of Peace Research, 36,5,1999; pp.535-552

 

 

DISINFORMAZIONE E GUERRA

Problemi della ricostruzione storica della guerra nei Balcani, 1991-2000

 Barone G. (1), Carpi G. (2), Marenco F. (3), Martocchia A. (4)

  1. storica, Universita' di Roma 

  2. slavista, Universita' di Pisa

  3. fisico, ENEA Casaccia, Roma

  4. fisico, SISSA-ISAS, Trieste

 

La ricostruzione storica di vicende recenti come quella della guerra dei Balcani (iniziata nel 1991 e non ancora terminata) soffre di problemi relativi alla difficile circolazione delle informazioni ed alla diffusione di notizie false. Paradossalmente, nell'era della comunicazione in tempo reale sembra che siano poche e di ardua reperibilità le fonti da cui attingere informazioni essenziali; spesso anzi solo fonti orali o contatti personali consentono la trasmissione di importanti notizie.

Sembra perciò essersi determinata una impasse che gli autori credono di poter superare attraverso l'uso critico di alcuni strumenti. Incentrandosi sul caso jugoslavo, l'attenzione verrà richiamata sull'uso di cartine geografiche e diagrammi come mezzi di comprensione della politica, in quanto essi riassumono in maniera sintetica, immediatamente visiva ed efficace informazioni complesse e dettagliate. Gli autori hanno inoltre iniziato una ricostruzione cronologica di questi ultimi dieci anni, nella quale trovano spazio innumerevoli informazioni tralasciate dalla pubblicistica ufficiale. Il quadro che ne emerge, tracciato a partire dalle misure prese da Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale durante gli anni Ottanta, e' impressionante.

 

 

MODELLI LOGICI, MATEMATICI E FISICI DEI CONFLITTI

E DELLE LORO SOLUZIONI

Antonino Drago

Dip. di Scienze Fisiche - Università "Federico II"  Napoli

 

Si danno indicazioni per iniziare lo studio dei tre tipi di modelli formali di conflitto. Storicamente i primi sono stati quelli matematici (Borel, Richardson, von Neumann), che poi hanno proliferato in molti tipi di modelli, schematizzabili grossolanamente in quelli discreti (teoria dei giochi finiti) e modelli continui (giochi differenziali, equazioni di Richardson, modelli dinamici, teoria delle catastrofi, ecc.). Questi ora sono molto usati in economia e in biologia, anche nella didattica universitaria. Ormai seguire la produzione di nuovi risultati in questi campi è molto impegnativo (si vedano il migliaio di abstracts in Math. Review). Però è ancora in discussione la loro capacità di teorizzare adeguatamente i conflitti sociali. Da alcuni decenni esiste una rivista (J. Conflict Resolution) dedicata interamente allo studio dei conflitti e delle guerre mediante modelli matematici.

Modelli logici dei conflitti sono stati proposti alcuni decenni fa da Hintikka (sui quantificatori) e da Lorenzen (logica dialogica); questo filone si è poi sviluppato legandosi ai problemi di decidibilità e di logica matematica superiore, utilizzando la parte formale della teoria dei giochi, ad esempio, per indagare su problemi di logica pura. Un mio approccio (1989) si basa sulla differenza fondamentale (che può essere intesa come conflitto) tra logica classica e logica non classica: la validità o non della legge della doppia negazione. Su questa base ho interpretato il metodo della psicoanalisi di Freud per risolvere i conflitti psichici e le teorie di alcuni classici della strategia militare (Sun Tzu, Lazare Carnot e Clausewitz)

Ho suggerito modelli fisici dei conflitti sulla base della teoria strategica di Lazare Carnot, che è analoga alla sua meccanica, e sulla base della teoria dell'urto, teorizzata da Leibniz in analogia con le interazioni personali.

Segue bibliografia introduttiva.

 

 

I MITI DELLA RICERCA MILITARE

A.R. Meo

Politecnico di Torino

 

È' opinione diffusa che la ricerca militare sia il cuore pulsante dell'innovazione tecnologica e che la spesa militare sia il motore del progresso economico. Nell'intervento si intende discutere le ragioni per le quali quell'opinione è sbagliata.

L'industria militare è sostanzialmente un grande artigianato, o meglio un'industria di prototipi, con enfasi sul prodotto e sulle sue prestazioni indipendentemente dai costi, mentre l'industria civile ha i suoi obiettivi più importanti nel rapporto prezzo-prestazione e sull'economicità del processo produttivo.

Si esamina qualche esempio. Ci si sofferma in particolare su una delle più importanti realizzazioni del secolo, Internet, che contrariamente ad un'altra errata opinione comune non è nata per obiettivi militari. Il caso di Internet è particolarmente significativo, perché la Rete è nata fuori della logica del mercato. La collaborazione paga più della competizione nel campo della battaglia.

 

 

GIORNALISMO DI PACE

Enrico Peyretti, Centro Studi Sereno Regis, Direttore del mensile "il foglio"

 

Il giornalismo corrente è per lo più giornalismo di guerra. Privilegia l'evento rumoroso sul processo profondo. Evidenzia i fatti di violenza diretta, fisica; la violenza strutturale, globalmente maggiore, sfugge per lo più all'informazione che, così, compie a sua volta una violenza culturale, occultando le violenze maggiori e condannando solo gli scoppi episodici di violenza diretta.

Il primato della violenza nell'informazione costituisce una pedagogia della violenza, cioè della vita decisa dal conflitto eliminatorio. La cultura di pace, dopo la denuncia, deve confrontarsi con questo immaginario che determina gli orientamenti in democrazia.

Primo: "informarsi anziché farsi informare", anche come problema di educazione democratica alla libertà; il cercarsi le fonti e le conoscenze realizza il "potere di tutti", dal basso, sostanza di democrazia e di nonviolenza.

Una cultura dell'auto-informazione attiva non è facile né prossima a livello di massa, ma la ricerca è questa. Anche solo l'aumento relativo della informazione attiva (che la tecnologia può favorire) può avere grande effetto positivo sulla qualità di vita di un popolo. La comunicazione su grandi reti realizza possibilità nuove di informazione libera e scelta, quindi di collegamento tra le iniziative democratiche di base. Se non verrà frustrata da forme di controllo, sarà questa una reale acquisizione, una possibilità di qualità nuova.

Secondo: come è possibile intervenire nell'informazione senza grandi mezzi economici? Galtung suggerisce: utilizzare internet e fare piccoli giornali locali. L'informazione su internet va a destinatari già attivi. La massa legge poco e "guarda" molto. Gli impegnati per la pace per ora sanno comunicare-informare raggiungendo, con molti media piccoli, chi è già capace di lettura attiva.

Davvero l'informazione "violenta" va incontro alle richieste del pubblico? Si può dubitarne.

Un dato interessante: si vanno formando qua e là piccoli gruppi di giornalisti "per la pace" (per esempio: info@nonluoghi.it; www.nonluoghi.it , oppure .org).

Il punto decisivo è la costruzione di una cultura del conflitto costruttivo, non concepito e vissuto come conflitto eliminatorio. L'errore abituale sui conflitti consiste nel non saperli conoscere e analizzare adeguatamente. Un conflitto è fatto di molti elementi: partecipanti principali e secondari, scopi di ognuno, contraddizioni, possibili mediatori. Per lo più si compie una tremenda semplificazione: Bush-Saddam, Clinton-Milosevic, tutsi-hutu, evidenziando i più violenti a scapito di una riserva di soluzioni sagge e vitali, invece che mortali. Tale errore deriva da una cultura dualistica: bene-male, amici-nemici. La semplificazione riduce il problema ad una alternativa eliminatoria: mors tua vita mea. Questa immagine riduttiva agisce sullo stesso conflitto e sulle possibilità di un esito meno violento e distruttivo. La complessità di un conflitto non è soltanto una difficoltà, ma anche una opportunità per risolverlo costruttivamente.

La mentalità che legge il conflitto in termini stretti di vittoria escludente, di vincitore-vinto, ricalca il modello dello sport-duello. La stessa mentalità di guerra-vittoria fa degenerare lo sport, che occupa grande parte della comunicazione informativa.

Per raccontare il presente occorre la cultura storica ma anche la capacità di immaginazione del futuro. Un giornalismo di pace non solo descrive, ma anche previene, e suggerisce soluzioni. Per raccontare la guerra senza venirne catturati e limitarsi a farle eco, occorre conoscere la pace: non solo come aspirazione, ma anche come realizzazione in casi storici di soluzione nonviolenta dei conflitti; bisogna saper raccontare realtà di pace, p. es. come il Sudafrica ha superato l'apartheid; o la lotta popolare nonviolenta nel 1989 ai regimi dell'est-Europa.

L'informazione visiva modifica l'intelligenza sequenziale, adatta a costruire "discorsi" e seguire processi, in intelligenza simultanea, dell'istante, con una regressione da una forma più evoluta ad una più elementare. Un istante caccia l'altro. I giovani, più degli anziani plasmati in questo linguaggio, faticano di più ad avere una intelligenza sequenziale, discorsiva, adatta alla conoscenza dei processi complessi. Il ritmo mentale che nella lettura è autotrainato, nella visione è eterotrainato dall'emittente, senza il tempo per la rielaborazione. Una moltitudine che "non capisce" è il bene più prezioso per chi ha interesse a manipolare le folle.

Le donne (eccetto le donne di potere e quelle troppo intellettualizzate) hanno una logica e un discorso più olistico degli uomini, più adatto a vedere e comunicare fatti di pace.

L'arma della pace è la comunicazione, non la sola trasmissione. L'informazione è comunicazione se trasmette valori, conoscenze, esperienze, ed emozioni, in cui gli esseri umani si riconoscano a vicenda come umani, differenti in aspetti secondari e uguali in quanto umani. Perciò il tema e il lavoro su informazione e pace è grande, impegnativo, importante.

 

 

Documentazione, comunicazione scientifica

e tecnologie dell’informazione tra guerra e pace

Adriana Valente

ISRDS-CNR 

 

La documentazione e la comunicazione scientifica, elementi portanti della trasmissione e condivisione delle teorie e del pensiero scientifico, non sono mai state neutrali ed hanno assunto ruoli e fisionomie diverse nei contesti in cui è stata preminente l’aspirazione alla pace internazionale rispetto ai periodi di guerra, o di preparazione alla guerra. La ricostruzione di alcuni passi salienti della teoria e della prassi documentaria in occidente in poco più di un secolo mostra che non si è trattato di relazioni unilaterali.

L’attività dei fondatori della disciplina documentaria della fine dell’800, e specialmente Otelt e La Fontaine, ha avuto conseguenze notevoli nella storia della pace, sulla costituzione di organizzazioni internazionali, di organizzazioni quali la Ligue Belge du droits des femmes. L’informazione e la documentazione, così come il diritto, sono concepite quali elementi chiave per l’azione pacifista ed internazionalista, seguendo una finalità (estremamente avanzata, e dunque contestata a livello internazionale) di accesso, più che di diffusione dell’informazione.

Se la prima guerra mondiale pone in profonda crisi queste aspirazioni e le modalità con cui erano perseguite, il primo dopoguerra evidenzia come discriminazioni scientifiche, linguistiche e documentarie siano state portate avanti anche da parte di stati ‘democratici’. Le fasi di conflitto e le successive forzature rendono solo più evidente il problema della responsabilità dell’organizzazione delle informazioni e della creazione di memorie collettive (che sarà evidenziato anche, in una fase storica più recente, nel 1978, nel Rapport sur l'informatisation de la société di Nora e Minc).

Accanto ai fenomeni macroscopici di allontanamento e persecuzione di studiosi dissenzienti in Germania prima e durante la II guerra mondiale, studi bibliometrici evidenziano la diminuzione degli apporti di studiosi inglesi, americani, sovietici nelle pubblicazioni tedesche, cui si accompagnano le notevoli difficoltà per le biblioteche di ricerca non militari di accedere alle pubblicazioni scientifiche.

Segretamente, su tutti i fronti, si cerca di recuperare informazioni scientifiche provenienti dagli opposti schieramenti, utilizzando le tecnologie emergenti della fotoriproduzione e del microfilm per acquisire materiale scientifico da paesi neutrali e diffonderlo in forma più o meno controllata. E’ anche quello il periodo del boom della letteratura grigia. Mai fino ad allora la tecnologia militare aveva coinvolto così fortemente la scienza di base; la guerra parallela a colpi di informazione scientifica era già in atto, sebbene ancora non vi fosse consapevolezza su tutte le implicazioni di questo nuovo fenomeno.

Nei successivi periodi di guerra fredda, il lancio del primo sputnik sovietico nel 57 pone nuovamente al centro dell’attenzione la necessità di sviluppare il settore dell’informazione scientifica e di avvalersi per questo delle nuove tecnologie disponibili ed in particolare dell’elaborazione assistita da computer nei diversi aspetti dell’analisi semantica, dell’indicizzazione e traduzione automatica, dell’accesso on-line ed information retrieval. L’evoluzione di Internet è storia recente.

Nella seconda metà del 900 al ruolo strategico dell’informazione scientifica si affianca quello della comunicazione di massa. In letteratura è stato analizzato il ruolo dei mezzi di comunicazione già durante la guerra del Vietnam. Tra gli esempi di manipolazione dell’opinione pubblica, è stato evidenziato il ruolo di quest’ultima nel determinare, infine, la risoluzione del conflitto in seguito ad un repentino mutamento di strategia dei mass media.

Questo binomio risulta vincente e la spettacolarità del gioco dei mass media, insieme alla giusta dose di informazione-disinformazione scientifica riesce a placare, se non ad entusiasmare, l’opinione pubblica nei successivi conflitti che coinvolgono i paesi occidentali, dalla guerra del Golfo alla guerra nell’ex Jugoslavia.

 

 

2a sessione

 

CONSEGUENZE ECOLOGICHE E SANITARIE DELLE GUERRE

 

 

 

PROBLEMATICHE RELATIVE ALL'USO DELL'URANIO IMPOVERITO

IN AMBITO MILITARE

Paolo Bartolomei *, Carlo Pona **

* ENEA Bologna

** ENEA Casaccia (Roma)

 

Caratteristiche dell’uranio impoverito. Diffusione naturale.

Serie radioattiva dell’uranio.

Metabolismo dell’uranio

Tossicità: Come tutti i metalli pesanti, l’uranio presenta tossicità chimica (nefrotossicità). Essendo radioattivo, costituisce anche un rischio radiologico: Irradiazione esterna (b, g); ingestione, inalazione, embedded fragments;

Rischi: Il rischio di tossicità chimica confrontato con quello radiologico; Rischi acuti per i soldati esposti durante le operazioni belliche (Sindrome della Guerra del Golfo); Rischi di contaminazione ambientale, per le popolazioni residenti; Embedded fragments

Precedenti: 1979, US Army Mobility Equipment Research & Dev. Command; 1990: Science Appl. Intern. Corp; R. Bertell, Int. Inst. Public Health di Toronto; WHO 1998; Los Alamos Nat Labs; La National Lead Industries di New York.

Contaminazione ambientali – modelli: Hotspot, Resrad. Aerosol sollevati da impatti di missili e API: plume models; API depositati al suolo: trasferimento del DU alle piante, falde acquifere, animali da pascolo (food-web models); Stime del modello

Applicazioni civili.

Applicazioni militari: Tipi di armamenti contenenti DU; Usi bellici delle armi al DU nel Golfo Persico (1991); Impiego di Armi al DU in Kosovo e Serbia, 1999 (Fonti NATO e RFJ. 3 maggio 1999: Generale Charles Wald, Rapporto del governo federale jugoslavo)

Comportamento in campo di battaglia: aerosol; ossidi di uranio, frazione respirabile

Risultati delle misure fatte su campioni ambientali prelevato in RF Jugoslavia

Considerazioni Finali.

 

 

Environmental effects of the NATO war against Yugoslavia

Ivan Grzetic

Faculty of Mining and Geology, University of Belgrade,

11000 Belgrade, ušina 7, Yugoslavia

 

After many years of the economical, cultural and communicational sanctions against the people of Yugoslavia NATO performed from the 24th of March to the 6th of May 1999 war attacks against our country. The proclaimed reasons for these attacks are worldwide known, but the real truth and the consequences of the war are hidden from the eyes and ears of the civilized world. The consequences are manysided, primarily economic but as well environmental and with numerous victims among ordinary people.

The main targets during this war were not only military facilities, but civilian objects, as well, like industrial centers and power plant facilities in Pancevo, Novi Sad, Kragujevac, Bor, Priština, Niš, Novi Beograd, Obrenovac, Kraljevo and Prahovo and main road and rail network among them. This could be easily proved by the analysis of the damages in our country one year after the war.

What industrial centers were damaged? Mainly those, which are connected to the major cities such as refineries, fertilizer plants, electrical power plants, petrochemical industry and many others. The evolved polluting agents, oil spills, toxic smokes and airborne particles spread all over the country. Transboundary pollution was reported as well. Air, water and soil were contaminated. About 500.000 people were left without working places and together with their families some 2.000.000 of them remained without everyday needs.

What intoxicating agents were found in the nature? The list is long, but the ones like vinyl-chloride, mercury and mercury compounds, ammonia, 1,2-dichloroethane, toluene-diisocyanate, dioxins, heavy metals, oil and oil products and polychlorinated biphenyls (PCBs) are found in high concentrations in the city areas of: Pancevo, Kragujevac, Novi Sad and Bor and in river Danube, which are regarded as hot spots at the present time.

Burning of oil products during the war released noxious substances into the air, including sulphur dioxide, nitrogen dioxide, carbon monoxide, polyaromatic hydrocarbons (PAHs) and lead. The levels of these intoxicants were found to be very high exciding the World Health Organization (WHO) allowed limits.

Although, some immediate actions in the environment were needed long time ago, for soil and water remediation, vague interior economic situation and feeble humanitarian help from outside left almost every ‘hot spot’ to be cleaned by natural processes known as selfpurification or chemical degradation.

Another very serious problem are effects of the depleted uranium products on human health in the regions where the war activities were very high (South Serbia and Kosovo). Due to the unwillingness of the NATO to give the exact maps where uranium weapons were used, this problem remained as a ‘health time bomb’ among people who were unconsciously in the contact with this dangerous material.

At the end it is worth to emphasis, once again, that environmental damages are inseparable from other negative effects of sanctions and war implemented against Yugoslav people. Outdated industry, poverty, deteriorated people’s health, critical decrease of the birth rate and interior problems and tensions have seriously changed our life and reduced our potentials.

 

 

NATO dejstva na Jugoslaviju - posledice na zdravlje

Dr. Mica Saric-Tanaskovic *

Tokom 11 nedelja NATO dejstava na prostorima Jugoslavije došlo je do uništavanja ljudskih zivota, materijalnih dobara i enormne degradacije zivotne sredine.

Posledice po zdravlje ovih dejstava su nesumnjive, ali se sve ne mogu sagledati u ovom trenutku, vec tek u duzem vremenskom periodu.

Najteza akutna posledica svakako je smrt odredenog broja ljudi.

Kao posledice ovih dejstava registrovane su lakše ili teze povrede i trovanja.

Izmenjeni higijenski uslovi stanovanja, vodosnabdevanja i ishrane doprineli su nesigurnoj epidemiološkoj situaciji, ali do pojave epidemija zaraznih bolesti i neuobicajenih bolesti nije došlo, zahvaljujuci angazovanju zdravstvene sluzbe i svih drugih relevantnih faktora. NATO dejstva delujuci kao stres dovela su do ispoljavanja razlicitih reakcija - agresivnih reakcija straha, panicnog bezanja ali i depresije uz naglašenu pojavu potrebe za kolektivnim prevladavanjem stresa.

Od posledica NATO dejstava na zdravlje uocene su posttraumatska reakcija na stres, psihosomatska oboljenja sa ubrzanom evolucijom, ali i mentalni i socijalni problemi adolescenata u vidu ispoljavanja agresivnog i delikventnog ponašanja i raznih somatskih i psihickih problema.

Pogoršanja hronicnih oboljenja usled smanjenog korišcenja zdravstvene zaštite i nedostatka lekova u kasnijem periodu moglo bi biti jedan od uzoraka uocene povecane smrtnosti u prvim mesecima 2000.godine.

Ulazenje u lanac ishrane mnogih štetnih materija sa sposobnošcu kumulacije u biljkama i zivotinjama predstavlja veliki rizik za zdravlje.

Najteze, ali i najudaljenije posledice po zdravlje su ocekivana povecana ucestalost svih vrsta malignoma i kongenitalnih malformacija.

Najpreciznije sagledavanje zdravstvenih posledica zahteva uspostavljanje postudesnog monitoringa zivotne sredine i zdravlja ljudi.

 

* Dr Mica Saric-Tanaskovic, specijalista higijene, Nacelnik OJ Sektora higijena i zaštita zivotne sredine u Zavodu za zaštitu zdravlja Pancevo

 

 

 

Le operazioni della NATO sulla Jugoslavia:

conseguenze per la salute

Dr. Mica Saric-Tanaskovic

Specialista in Igiene, direttrice del Settore di Igiene e Difesa dell'Ambiente,

Istituto per la Difesa della Salute, Pancevo (RFJ)

(Traduzione a cura del Comitato organizzatore del Convegno)

 

Nel corso delle 11 settimane di operazioni sui territori della Jugoslavia si e' giunti all'annientamento di vite umane, beni materiali e ad un enorme degradazione dell'ambiente.

Le conseguenze per la salute di queste azioni sono indubbie ma non si può avere un quadro d'insieme in questo momento, bensì ci vorrà un lasso di tempo maggiore.

La conseguenza più pesante consiste nella morte di un numero indeterminato di persone. Come conseguenza di queste operazioni sono state registrati danni e avvelenamenti più o meno pesanti. I cambiamenti delle condizioni igieniche, nel rifornimento idrico e nella alimentazione hanno condotto ad una situazione epidemiologica incerta, ma non si e' giunti alla comparsa di epidemie da contagio e malattie insolite grazie all'impegno delle strutture sanitarie e di tutti gli altri fattori rilevanti. Le operazioni della NATO, generando stress, hanno portato al manifestarsi di diverse reazioni - reazioni aggressive di paura, fuga da panico, ma anche depressione, tanto da portare a forti manifestazioni della necessita' di un superamento collettivo dello stress.

Tra le conseguenze sulla salute delle operazioni della NATO sono state notate reazioni da stress post-traumatico, malattie psicosomatiche di rapida evoluzione, ma anche problemi mentali e sociali degli adolescenti sotto forma di manifestazioni di comportamento aggressivo e delinquenziale, e diversi problemi somatici e psichici.

Il peggioramento delle malattie croniche, in seguito al minore utilizzo delle difese sanitarie ed in seguito alla mancanza di medicine nel periodo seguente, potrebbe essere stata una delle cause evidenti dell'aumento della mortalità nei primi mesi del 2000.

L'entrata nel ciclo alimentare di molte sostanze nocive, con la caratteristica di concentrarsi in piante ed animali, costituisce un grande rischio per la salute.

Le conseguenze più pesanti ma anche più durature per la salute sono costituite dall'atteso aumento della frequenza di tutti i tipi di cancri e malformazioni congenite. Un quadro più preciso delle conseguenze sulla salute richiede l'effettuazione di un monitoraggio a posteriori dell'ambiente e della salute delle persone.

 

 

 

Un "nuovo modello" militare: produrre vittime

C. Bracci, A. Di Napoli, N.Eminovic, L.Khosrawi, M.Ferraro, A.Taviani, E.Zerbino

(Medici contro la Tortura, Roma)

 

Le nostre osservazioni riguardano il tempo delle vittime.

Due dati di esperienza guideranno le nostre considerazioni.

A. Se interroghiamo la storia presente , troveremo forse, fra le altre, questa risposta sconcertante: che questo è il "tempo delle vittime", intendendo tempo in senso storico. I poteri economico-militari si trovano oggi a programmare (col criterio della ragion di Stato) e calcolare (secondo i piani di quella che chiamano una "geopolitica") un certo numero di vittime.

Sembra che oggi vi sia progresso del diritto nel sanzionare i "crimini contro l'umanità" , ma c'è grave degenerazione nel diffondersi dell'ottica militarista della globalizzazione finanziaria. Essa pretende di riservare all'Impero (che si vuole invulnerabile!) la contabilità delle vittime civili... ritenute inevitabili per assicurare quel progresso.

B. La nostra esperienza più che decennale, di accoglienza e cura delle vittime di tortura in Italia, ci rende sensibili ad un altro significato dell'espressione tempo delle vittime. E' il tempo vissuto dalle vittime.

In questa nostra ricerca clinica noi critichiamo la teoria che si è inteso fare sulla vicenda traumatica delle vittime di imprigionamenti con gravi violazioni dell'integrità personale e torture. Suggeriamo:

  1. che non si può determinare con sicurezza che la condizione di vittima coincida col processo delle violenze subìte;

  2. che quindi gli eventi ancora in atto (soprattutto la condizione attuale dei rifugiati, alla quale la società e noi partecipiamo col nostro intervento) costituiscono quel processo di sofferenza "antropogena";

  3. che la guida empirica ci è data dalla testimonianza stessa delle vittime, nella quale gli eventi traumatici passati ed il tempo attuale dell'inserimento in una condizione di esclusione (esilio) mantengono sempre un'intima connessione.

Ci ricolleghiamo cosi col punto A della nostra esposizione: le vittime, e le popolazioni vittime, sono oggi i nuclei germinativi della nuova società civile, chiamata a introdurre nelle relazioni internazionali un principio di terapia politica .

 

 

 

Reti di biomonitoraggio

per valutazioni preventive di rischio territoriale

Mauro Cristaldi

Dip. di Biologia Animale e dell'Uomo, Università "La Sapienza" ROMA.

 

I disastri d'origine tecnologica, bellica e naturale tendono oggi a presentarsi con crescente incidenza probabilistica e con possibili effetti transfrontalieri, interagendo palesemente con i cambiamenti climatici globali, che ne costituiscono spesso la causa prima; essi provocano danni palesi diretti (morti, alterazioni biocenotiche, danni alle strutture), ma anche effetti biologici, a volte caratterizzati da lunghi tempi di latenza, che tardano a manifestare la propria ricaduta epidemiologica nel vivente in relazione a biomagnificazione, teratogenesi, immunodeficienza, mutagenesi, cancerogenesi e patogenesi varie. Le sostanze contaminanti coinvolte interagiscono, infatti, con i meccanismi naturali di difesa ecologica e biologica (diluizione ambientale, biorimozione, risposte immunitarie, riparo), accompagnandosi però nel complesso a crescenti stati di degrado ambientale. Alla lunga quindi tali eventi disastrosi tendono a provocare ripercussioni negative di natura multifattoriale con effetti biologici indotti (alterazione degli indici di diversità ecologica, modificazioni mutagenetiche, biochimiche e teratologiche, patogenesi) sul complesso degli organismi viventi in un territorio bersaglio (tutti potenziali bioindicatori), andando a costituire un insieme d'informazioni tra loro correlabili, che permettono, se correttamente interpretate, di prevedere in tempi reali le conseguenze indotte e prospettiche. Tali effetti sono suscettibili di essere quantificati e comparati laddove siano disponibili, meglio se organizzati in rete, centri di studio dotati già a priori dei monitoraggi di riferimento di tipo temporale e/o spaziale, che si confrontino con le corrispondenti risultanze epidemiologiche su uomo e animali domestici (ottimi bioindicatori di riferimento).

La guerra chimica e nucleare diretta ed indiretta, razionalmente programmata ed eseguita nella primavera 1999 contro la Jugoslavia per iniziativa dei paesi dell'impero USA organizzati sotto il simbolo NATO, sta provocando in tutti i paesi balcanici, attraverso la contaminazione territoriale e la conseguente induzione di effetti mutageni, danni generazionali di difficile prevedibilità a priori. Tale guerra è stata pianificata sul modello degli ecocidi già sperimentati nel recente passato ai danni di intere popolazioni ed ecosistemi (Indocina, Iraq) allo scopo di gestire un sistema imperiale di controllo globale "di tipo eugenetico" dell'umanità e dell'ecosfera con la finalità di rendere i popoli succubi e/o dipendenti dal mercato delle cure, dei farmaci e degli approvvigionamenti alimentari, sempre più controllato dalle stesse multinazionali del transgenico gestite dal blocco occidentale. I sistemi di controllo in rete tramite monitoraggio di indicatori ecologici e biologici sono potenzialmente capaci di rilevare la dinamica delle alterazioni delle componenti biocenotiche, anche prima che gli eventi impattanti accadano. Questi sistemi andrebbero applicati in paesi consapevoli della necessità di una previsionalità del rischio territoriale basata sull'obsolescenza oggettiva dei propri impianti tecnologici (per es. paesi privi di moratorie nucleari con centrali a rischio) e sull'elevazione del rischio indotto da interessi geoeconomici di tipo globale (in primis i "rogue states" suscettibili di attacco bellico USA).

Le metodologie già sperimentate dal mio e da altri gruppi di ricerca in aree contaminate (aree nucleari, effetto Chernobyl, traffico urbano, aree agricole e industriali, incidente minerario a monte del Coto Doñana in Andalusia) ed in aree di controllo (isole, aree protette, parchi) riguardano: a) l'individuazione dei più opportuni biomarcatori (genetici, biochimici, patologici, morfologici) da utilizzare su bioindicatori facilmente reperibili e comparabili con la specie umana in quanto Mammiferi, quali i Roditori; b) la scelta di ulteriori bioindicatori di appoggio nell'ambito dei diversi ecosistemi; c) la creazione di reti informatiche ad hoc che consentano la comparabilità, l'integrazione e la fruibilità dei dati per il controllo preventivo dei fenomeni di contaminazione territoriale.

L'obiettivo finale è quello di costituire a livello mondiale una rete di controllo ambientale di aree contaminate e non, capace di fornire mappe dinamiche della contaminazione effettiva e potenziale, utile per eventuali bonifiche territoriali, stime del rapporto costi/benefici, dati di confronto per rivendicazioni legali, strumenti conoscitivi per l'esercizio di pratiche di prevenzione del rischio. Le potenzialità occupazionali di tali centri di controllo da istituire in aree a basso impatto, impattabili e impattate, dovranno necessariamente essere prese in considerazione per le ragioni preventive suddette, ma anche per risolvere la conflittualità sociale creata in ambito intellettuale dalla massificazione dell'istruzione scientifica nei paesi occidentali, che non può esaurirsi negli attuali settori tecnologici di punta altamente energivori che la sostengono, ma va portata a rivolgersi alla tutela e gestione del patrimonio naturale come investimento per un mercato del lavoro altrimenti soggetto a livelli insostenibili di saturazione, nell'auspicabile prospettiva di creare una futura effettiva sostenibilità per la biosfera nel suo complesso.

 

 

MUNIZIONI CON URANIO IMPOVERITO:

UNA STIMA PER LA GUERRA DEL KOSOVO

Cristina Giannardi (a), Daniele Dominici (b)

a) Fisica Ambientale, Dipartimento di Firenze dell’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana

b) Dipartimento di Fisica dell'Universita' di Firenze

 

L'uso di armi contenenti uranio impoverito, noto per la guerra del Golfo e ammesso per la recente guerra del Kosovo, determina l'esposizione di militari e popolazione sia al momento dell'impatto del proiettile che successivamente, nelle operazioni di bonifica e nel reinsediamento civile: l'uranio, come noto, e' un elemento tossico e radioattivo con un lungo tempo di dimezzamento.

Non sono disponibili dati sperimentali sulla contaminazione dell'ambiente prodotta dall'uso bellico di armi contenenti uranio impoverito (UI): l'embargo cui e' sottoposto l'Iraq di fatto ostacola anche la diffusione di dati tecnici e, per la guerra del Kosovo, solo recentemente sono state fornite alcune indicazioni sulla localizzazione dei siti colpiti con proiettili UI, dove al momento non ci risulta siano state eseguite misure.

In questo lavoro si cerca di valutare l’entità dell’esposizione prodotta e si vuole sottolineare l’importanza, per la percezione della gravità del problema, dei principi di protezione adottati. Seguendo la logica dei principi generali di radioprotezione, ci appare prima di tutto non giustificata l'esposizione della popolazione prodotta dalla diffusione di sostanze radioattive in un conflitto e quindi contrario alla normativa nazionale ed europea e alle raccomandazioni internazionali che regolano la protezione dalle radiazioni ionizzanti l'uso militare dell’UI.

Premesso questo, il confronto con i limiti di dose previsti dalla normativa risulta utile per dare un riferimento quantitativo alle stime di rischio.

La dose efficace media alla popolazione viene stimata, con ipotesi fondate sulle caratteristiche tecniche delle armi utilizzate, a partire dalla contaminazione superficiale prodotta al suolo dalla diffusione in atmosfera di un aerosol di ossidi di UI, per uno scenario di esposizione potenzialmente elevata (uso agricolo con residenza, consumo di acqua e cibo locali):

- se l'acqua potabile non e' contaminata da UI la dose media annua risulta dell’ordine delle decine di µSv, molto inferiore al limite di dose per la popolazione;

- nell'ipotesi, in genere non probabile per acque di falda, di contaminazione dell'acqua potabile il contributo di dose dovuto al consumo di acqua potrebbe divenire principale e rilevante rispetto al limite di dose per la popolazione, e andrebbe tenuto conto anche della possibilità di effetti di tipo tossicologo. Il controllo della contaminazione dell'acqua potabile assume quindi fondamentale importanza per la tutela della salute della popolazione.

Molto diverso e' invece il problema della dose individuale che si può avere localmente, in prossimità di frammenti del proiettile conficcati nel suolo e ossidati, dove e' possibile che la concentrazione di UI nel suolo raggiunga valori molto elevati [fino al 12% in peso], e che la popolazione, in primo luogo bambine e bambini che si trovino a giocare con cilindri di UI dispersi nell'ambiente, assuma dosi anche molto elevate, ma difficilmente stimabili, per inalazione o ingestione di particelle di ossidi di UI.

 

 

 

Il problema dell'inquinamento chimico

nelle falde sotterranee della Vojovodina (RFJ)

Natasa Lazovic

Dipartimento di Georisorse e Territorio - Politecnico di Torino *

 

I noti avvenimenti militari svoltisi in Jugoslavia nella primavera del 1999 hanno fra l'altro causato la dispersione nel suolo e nelle acque della Vojvodina di pericolose sostanze chimiche.

L'attenzione e gli studi sulle conseguenze ambientali dei bombardamenti si sono finora giustamente concentrate sul problema dell'inquinamento atmosferico.

Tuttavia, a lungo termine, non può essere trascurato l'inquinamento del sottosuolo, specialmente delle falde acquifere sotterranee, che può costituire nei prossimi anni un problema assai grave.

Verranno illustrati e discussi dati sull'inquinamento di queste matrici ambientali provenienti dalla RFJ, risultato del lavoro di apposite commissioni ufficiali.

Si discutono le possibili conseguenze ambientali, nel caso che vengano ulteriormente ritardate le operazioni di disinquinamento e bonifica.

Vengono infine tratte delle conclusioni sul problema dell'inquinamento chimico nelle falde sotterranee della Vojovodina.

* Dottorato di Ricerca in Geoingegneria Ambientale, in collaborazione con la Facoltà di Tecnologia di Belgrado (RFJ)

 

 

3a sessione

 

QUESTIONI STRATEGICO MILITARI

 

 

 

LA NUOVA CORSA AL RIARMO E I RISCHI CRESCENTI DI USO EFFETTIVO

DI ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA

Angelo Baracca*, Francesco Polcaro**

* Dipartimento di Fisica, Università di Firenze, L.go Fermi, 2, 50125 Firenze

** CNR-IAS , Area di Ricerca Roma-Tor Vergata, V. Fosso del Cavaliere 100, 00133 Roma

 

Le speranze di un progressivo processo di disarmo dopo la caduta del Blocco dell'Est si sono infrante nel volgere di meno di un decennio. E' in corso la più massiccia corsa agli armamenti della storia.

Gli USA stanno investendo somme gigantesche non solo nella realizzazione di nuove armi convenzionali, ma anche nella progettazione di nuove testate nucleari.

Gli attuali arsenali nucleari, anche se numericamente ridotti in applicazione degli accordi START, rimangono costantemente allertati e puntati sui bersagli strategici nemici, mantenendo una situazione di costante tensione - aggravata dal progressivo degrado dell'intero sistema militare russo - ed esasperando i rischi di un conflitto nucleare per errore.

I vertici militari russi, come già in precedenza quelli sovietici, continuano a ritenere impossibile competere con i sistemi d'arma di nuova generazione sviluppati dagli USA.

Un po' in tutti i Paesi si vede sempre più come unico possibile deterrente il ricorso effettivo alle armi nucleari ed alle altre armi di distruzione di massa. In effetti, la Russia ha adottato una Nuova Dottrina Militare che ripudia il precedente rifiuto del "first use" e contempla il ricorso alle armi nucleari anche nel caso di un attacco convenzionale che metta a rischio la sicurezza del paese.

In molti Paesi si moltiplicano i test di missili balistici a lunga gittata (Russia, Cina, Corea del Nord, Iran, India, Pakistan). La situazione e' drammaticamente aggravata dal fatto che si fa sempre più verosimile l'ipotesi che anche alcuni ambienti militari statunitensi stiano prendendo in considerazione la possibilità di un uso effettivo di armi nucleari in conflitti locali. Da un lato infatti gli USA continuano a mantenere in Europa un numero non trascurabile di armi nucleari tattiche di vario tipo, la cui presenza sarebbe inspiegabile (dati anche gli elevatissimi costi di manutenzione) se non fossero previsti possibili scenari che ne prevedano l'impiego. Dall'altro, recenti notizie stampa hanno confermato quanto era prevedibile dopo la ripresa (illegale, in quanto contraria al trattato internazionale sulla difesa ABM) degli esperimenti USA per armi antimissile. E' stato infatti dichiarato che non solo gli USA vorrebbero riprendere il programma "Scudo spaziale", ma vorrebbero coinvolgervi anche l'Europa. Un sistema d'arma di questo genere si giustifica solo se si prevede di usarlo come strumento per impedire una ritorsione nucleare da parte di un avversario indebolito da un primo colpo che ne abbia distrutte la maggior parte delle capacita' offensive, dato che e' stato definitivamente dimostrato, già negli anni '80, che esso è tecnicamente irrealizzabile nel caso che il suo scopo sia quello di difendere una nazione da un attacco nucleare massiccio e che la sua utilità è molto discutibile anche nel caso che sia destinato a fermare un attacco condotto da poche decine di testate nucleari.

Lo "Scudo spaziale" pero' e' estremamente destabilizzante per il fatto stesso di venire studiato, dato che il sistema più efficace per annullarne le capacità è quello di aumentare il numero di testate nucleari in possesso di chi rischia che esso sia impiegato per proteggere un aggressore dalla ritorsione ad un primo colpo nucleare. All'epoca della "presidenza Reagan", le ricerche sulle "Guerre stellari" sono state fermate da una vasta mobilitazione del mondo scientifico internazionale, che vi si oppose senza esitazioni: ad esempio, solo in Italia, furono raccolte oltre 8000 firme di ricercatori contro il progetto.

E' necessario che si riprendano urgentemente i temi discussi all'epoca e si ricostituisca un vasto fronte contro la nuova SDI, contro la presenza di armi nucleari tattiche in territorio europeo e per un disarmo nucleare generalizzato.

 

 

Questioni strategico-militari, negoziati UN

e problema energetico

Alberto Di Fazio

Osservatorio Astronomico di Roma

 

L'intervento parlerà dei processi in atto (politici, economico-tecnologici, e "naturali") in relazione alle relative negoziazioni UN, allo scontro negoziale prossimo venturo (meta' novembre 2000) all'Aja al summit mondiale sul clima (sixth Conference of the Parties) agli schieramenti e provvedimenti militari ed economici in atto, e in definitiva alla luce dei potenziali conflitti e guerre di aggressione che si profilano e che si progettano.

Verrà anche spiegato come giocano in queste crisi i due "organismi UN" IMF e World Bank, e come tutti i suddetti conflitti debbono essere inquadrati nel loro reale ambito di crisi globali di energia e risorse, nonché per la conquista e il mantenimento della "necessaria" dominanza militare. Si tratta di cose terribili e a breve scadenza (10-20 anni).

L'intervento mostrerà cosa in realtà unifica e sta sotto ai conflitti in atto, e cosa - soprattutto- motiva, guida e rende prevedibili i conflitti (le aggressioni, cioè) del prossimo futuro. La tendenza comune infatti e' a esaminare soltanto conflitto per conflitto, senza alzare lo sguardo ai perché più basilari - ed irrinunciabili per i paesi imperialisti di oggi - e senza tentare di costruire - coi dati ormai disponibili - un quadro di interpretazione e previsione analitico e unitario/sintetico.

Il contributo degli scienziati impegnati deve anche essere quello di mostrare e spiegare tutto ciò con dati, e fatti scientifici alla mano, e indicare anche alla "sinistra" (se c'è ancora batta un colpo) le possibili opportunità strategiche in relazione alle debolezze dell'attuale sistema in ambito energetico e in generale connesse alle grandi crisi ambientali e ai prevedibili risvolti economici e demografico-sociali

 

 

IL KOSOVO NELLA POLITICA ESTERA ITALIANA DEL NOVECENTO

Guido Carpi

Ricercatore, Università di Pisa

 

Nel quadro della generale opera di rimozione collettiva subita dagli aspetti più inquietanti della storia italiana, particolare rilevanza e gravita' ha oggi il completo oblio del ruolo chiave svolto dal Kosovo nella politica balcanica dello Stato italiano durante tutto il secolo passato.

Costante di tale politica e' sempre stata la lotta contro l'unita' degli Slavi del sud e il tentativo di frantumare la penisola balcanica in una pluralità di stati ostili fra loro e subalterni alle potenze occidentali.

In questo quadro, la breve occupazione dell'Albania e i tentativi destabilizzatori nei confronti del Kosovo alla fine della I Guerra mondiale, l'annessione dell'Albania all'Italia e la creazione, sotto protettorato tricolore, di una "Grande Albania" comprendente il Kosovo dopo lo smembramento del Regno jugoslavo (1941-1945) presentano inquietanti analogie con la politica odierna delle forze di occupazione NATO: appoggio all'irredentismo pan-albanese più fanatico e violento (negli anni Trenta, il gruppo di H. Bey Prishtina; oggi l'UCK), copertura di interessi geopolitici aggressivi con la retorica "umanitaria" e con una pressante propaganda anti-serba, persecuzione della popolazione non-albanese, colonizzazione dell'economia e delle risorse locali.

L'autore si ripropone di documentare tali analogie con dati storici e materiale d'archivio di epoca fascista.

 

 

LA GUERRA "UMANITARIA" CONTRO LA REPUBBLICA FEDERALE JUGOSLAVA

NELLA GIURISPRUDENZA PENALE NAZIONALE.

avv. Gastone Dall'Asèn, Bologna

 

La comunicazione riguarderà i seguenti aspetti:

 

 

Nuovi scenari geoeconomici dello sviluppo internazionale:

il controllo dell'area balcanica

Luciano Vasapollo

Professore di Statistica Aziendale, Università di Roma "La Sapienza".

 

Il futuro dell'intero continente europeo, e non solo, sarà notevolmente influenzato da quanto accadrà in questi anni in Europa centrale ed orientale. Infatti tali paesi, pur presentando una situazione frammentaria e depressiva, visti i recenti conflitti interni, registrano rilevanti trend di crescita economica che attraggono i vari paesi a sviluppo avanzato che cercheranno di avvantaggiarsi delle opportunità di investimento e di scambio che tale area offre. Si delinea in tal modo un nuovo scenario economico di rapporti biunivoci, e non più unilaterale di tipo assistenziale, tra questi paesi e l'Unione Europea, gli Stati Uniti e lo stesso l'ONU; è d'altronde evidente come l’UE e gli USA rafforzeranno la propria identità solo allargandosi al centro Europa. L'area centro-europea e balcanica è di fondamentale importanza in particolare per i processi di crescita dei vari paesi dell’Unione Europea. Infatti, pur con i problemi di fondo che destabilizzano tale area, questa risulta essere di particolare interesse poiché funge da cardine geopolitico, la cui importanza è dovuta alla posizione strategica, geografica, politica ed economica. Sono la collocazione geografica, le risorse del sottosuolo e le risorse umane specializzate e a basso costo, che conferiscono un ruolo speciale a quest'area, anche perché si tratta di punto di ingresso ad aree più importanti (o di negare l'accesso alle risorse) le quali mirano a svolgere un ruolo strategico nel gioco geoeconomico internazionale, (quale, ad es. il nuovo asse che si va delineando fra Russia, Cina, India ed Iran). L’apertura delle economie, le riforme nei settori industriali e dei servizi ed un mercato del lavoro più flessibile sono i fattori più importanti che contribuiscono allo sviluppo degli IDE (Investimenti Diretti Esteri), i quali pertanto costituiscono una componente fondamentale nel processo di sviluppo delle economie di mercato dell’Europa centro-orientale. I flussi degli IDE verso tale area sono cresciuti rapidamente sin dall’inizio degli anni novanta passando dall’1% degli IDE totali nel 1989 al 12% nel 1995, mostrando un particolare interesse da parte delle imprese straniere nello sfruttare le opportunità create dal processo di transizione e dalla possibilità di poter sfruttare una manodopera specializzata in un mercato del lavoro con scarsi contenuti normativi e a bassi connotati retributivi. Sin dall’inizio degli anni '90 i flussi degli IDE mostrano la crescente integrazione economica tra l’occidente europeo e l’Europa centro orientale; infatti circa il 76% delle iniziative è stato condotto da paesi europei. La crescita degli IDE è conseguenza di un intenso programma di privatizzazione, di liberalizzazione che pur avendo creato grosse opportunità di investimento ha reso i paesi di tale area completamente sottomessi ai giochi delle multinazionali e allo scontro interimperialistico fra USA e UE.

 

 

STATO DELLE DENUNCE DEL TRIBUNALE RAMSEY CLARK

Avv. Pasquale Vilardo

Studio legale, via A.Catalani 39, 00139 Roma

 

L'intervento riguarda il carattere illegale della guerra della NATO per il Kosovo.

In sintesi, si tratta di evidenziare che il governo D'Alema non aveva il potere legale di fare la guerra e che la stessa NATO ha violato il suo stesso ordinamento, oltre che il diritto internazionale.

In Italia, sono le Camere che possono deliberare lo stato di guerra e conferire al governo i poteri necessari, ed è comunque il Capo dello Stato che formalmente dichiara la guerra.

A livello internazionale, sono vietate le guerre non difensive e soltanto l'ONU può autorizzare la guerra.

Ognuno vede che la NATO ha quindi fatto una guerra illegale e che il nostro governo ha usurpato i poteri del Parlamento e del Capo dello Stato.

L'autorità Giudiziaria italiana può quindi autonomamente dichiarare l'illegalità della guerra e fare il processo contro i responsabili.

A livello internazionale, il Tribunale Clark può essere uno stimolo potente perché si ponga il problema dei limiti e delle contraddizioni del Tribunale dell'Aja e quindi della necessità di costituire un nuovo ordinamento per punire anche i poteri forti, come i governi della NATO.

 

 

Sessione Poster

 

 

 

ARMI NON LETALI ED ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA "CONVENZIONALI":

la guerra nell'era della "globalizzazione"

V.F. Polcaro

CNR-IAS , Area di Ricerca Roma-Tor Vergata, V. Fosso del Cavaliere 100, 00133 Roma

 

A partire dall'inizio degli anni '90, lo scenario politico mondiale si e' notevolmente modificato.

In particolare, l'unica superpotenza sopravvissuta alla "guerra fredda" si e' trovata nella necessita' di disporre, oltre al suo arsenale militare prevalentemente concepito per combattere una guerra nucleare totale o guerre locali tradizionali, di armi che rendano possibile il controllo di territori spesso molto vasti ed abitati da una popolazione fortemente ostile e anche molto numerosa, ma male armata.

La risposta a questa esigenza e' stato lo sviluppo di due categorie di armi che sono sempre esistite ma che hanno trovato nelle moderne tecnologie e nell'attuale situazione politica mezzi e ragioni di uno sviluppo impensabile sino a pochi anni fa: le "armi non letali" e le "armi di distruzione di massa convenzionali".

Vengono descritte, con il particolare riferimento alle guerre in Iraq, Somalia e Yugoslavia, le principali tipologie, le modalità e gli scopi, tattici e strategici, del loro impiego, nonché le tecniche sviluppate dalle popolazioni aggredite per difendersene, spesso con ottimi risultati.

 

 

UNA DIFESA NON ARMATA IN ITALIA E A LIVELLO INTERNAZIONALE: 

PROSPETTIVE ISTITUZIONALI E PROSPETTIVE PROFESSIONALI

Antonino Drago - Dip. di Scienze Fisiche - Università "Federico II". Napoli 

 

Sul tema difesa e opposizione alla guerra da molto tempo il movimento per la pace ha costruito due strategie basilari; quella movimentista degli interventi diretti nei luoghi di conflitto (internazionali e nei conflitti interni alle nazioni) e quello giuridico che vuole risolvere i conflitti con norme ed istituzioni. Vari movimenti hanno anticipato dal basso nuove modalità di intervento nelle guerre, sia favorendo l'obiezione di coscienza alla guerra (che oggi coinvolge una buona parte della gioventù occidentale) con iniziative (Shanti Sena di Gandhi, movimenti anti guerra e anti corsa alle armi nucleari) sia con proposte teoriche (King-Hall, Galtung, Sharp, Ebert, ecc.) e istituzionali (B. Ghali). D'altra parte, da molto tempo si cerca di creare istituzioni internazionali varie per regolare i conflitti nel mondo. Questa strategia ha avuto un primo successo nel 1899, quando fu istituito il tribunale dell'Aia; poi nel dopoguerra l'istituzione dell'ONU, rivolto espressamente a scongiurare la guerra con tutti i mezzi politici e diplomatici, ha creato un serio precedente per una politica di pace internazionale.

Qui si considerano le diverse strategie seguite dai movimenti di base dei vari paesi per costruire nella società una alternativa alla guerra e alla difesa armata; esse sono riassumibili nelle strategie: abolizione dell'esercito, difesa popolare nonviolenta, difesa totale di popolo. Le loro differenze, che alcuni decenni fa erano solo ideologiche, ora si sono incardinate tra quei movimenti e organismi semi istituzionali che sono nati sotto la loro spinta (Marce pacifiste rituali, Campagne per l'obiezione alle spese militari o campagne simili, istituti di ricerca per la pace privati, pubblici e parzialmente pubblici), senza che siano chiari i confini delle loro strategie.

Il panorama internazionale dei movimenti per la pace è ricco di movimenti anche molto forti o di lunga tradizione (ad es. gli USA). Ma un caso particolarmente interessante appare quello del movimento italiano, sia perché qui c'è stato il massimo numero (dopo l'India) di maestri di nonviolenza, sia perché rispetto ai pacifisti europei non ha separato la politica nonviolenta dalla etica, sia perché ha una Costituzione che sorprendentemente è aperta a questa innovazione e la Corte Costituzionale più volte l'ha ribadito, sia perché il suo movimento per la pace dal 1989 è stato particolarmente agile nel ridirezionarsi contro le nuove guerre (Time for Peace, 500 a Sarajevo, Un Ponte per…, MIR Sada, contro Aviano, nuova Associazione per la Pace, Operazione Colomba della Com. Papa Giov. 23 di Rimini, mediazioni internazionali della comunità S. Egidio, ecc), sia perché, nonostante dieci approvazioni parlamentari a vuoto, ha ottenuto per la prima volta nel mondo una legge (230/98) che (art. 8) istituisce una istruzione e sperimentazione (con i 100.000 obiettori l'anno) di una "difesa civile non armata e nonviolenta".

In particolare, da questa legge conseguirebbe il reclutamento di almeno 1000 formatori a pieno tempo. Rappresentando essi una nuova professione, dovrebbero avere a loro volta una istituzione formatrice, con biblioteca, centro studi e corsi regolari (Accademia per la Pace o Convenzione con cattedre universitarie di Ricerca per la Pace). Per anticipare dal basso questa istituzione, dal 1992 sono state sperimentate delle Scuole nazionali per Formatori di obiettori (tuttora continuata dall'Univ. della Pace di Rovereto). Ne nascerebbero competenze non solo formative, ma anche strategiche e logistiche nelle quali delle persone di scienza avrebbero un ruolo principale.

Tutto ciò indica quale sia il punto cruciale della politica attuale della lotta alla guerra in Italia: raggiungere una prima istituzione pubblica preposta alla difesa alternativa, già nata ed attuata dalla base. L'atteggiamento del governo però è stato quello di bloccare l'applicazione della legge negando anche i fondi per lo svolgimento del solo servizio civile degli obiettori; e progettando l'abolizione al più presto possibile del servizio di leva, nonostante altissimi costi sociali ed economici. Ciò è potuto avvenire anche perché in Italia mancano interlocutori accreditati professionalmente: non esistono cattedre di Ricerche per la Pace, c'è un solo e spontaneistico Istituto di Ricerche per la Pace (IPRI con sede a Torino) e ci sono pochi Istituti di politica internazionale (Archivio Disarmo, IAI, ecc.); mentre la tradizione degli scienziati per la pace, prima forte tra i fisici, ora si è quasi spenta con l'USPID, e il Pugwash continua la sua politica solo elitaria.

Passando a considerare il livello internazionale, dal 1989 l'ONU è uscita dal bipolarismo che la paralizzava. Nel 1992, riprendendo una proposta di Galtung (1976) ha ufficialmente chiesto di andare al di là delle rare missioni speciali lo storno di parte degli eserciti nazionali per realizzare una capacità d'intervento internazionale per la pace, secondo tre componenti: peacemaking, peacekeeping e peacebuilng; con le ultime due che contengono una sostanziale parte civile. Assieme ad altri organismi internazionali (ad es. OSCE), ha sperimentato per la prima volta interventi molto più massicci e rischiosi nei conflitti internazionali principali. Inoltre ha invitato a realizzare scuole di peacekeeping anche per formare il personale temporaneo da inviare in missione, il quale viene richiesto ai governi. Mentre all'estero sono sorte eccellenti scuole di peacekeeping (ad es. nel 1992 quella di Schlaining, Austria), in Italia ne è iniziata una presso la Scuola S. Anna di Pisa, promossa dal Centro Militare studi Stategici, con il programma di rendere il peacekeeping solo militare. In questo anno accademico la Scuola di Guerra di Civitavecchia ha promosso un corso analogo con Roma 3. In più tutte le università vicine alle Accademie militari sono state convenzionate per istituire corsi di laurea in Scienze Politiche, da volgere all'interno delle Accademie (salvo la seduta di laurea); e infine è stato richiesto il corso di laurea in Scienze Strategiche, senza nemmeno chiedere il parere al CUN. Nel frattempo il personale richiesto dall'ONU, che sul campo potrebbe costruire una professionalità civile specifica, viene reclutato con criteri che nel migliore dei casi sono occasionali.

Questo panorama indica che la guerra non si combatte solo nella Jugoslavia, ma anche a casa nostra e tra le mura delle nostre istituzioni di ricerca.

 

 

Studio pilota per la valutazione epidemiologica dei danni

subiti dalla popolazione civile jugoslava dopo il bombardamento NATO

Dr. Valerio GENNARO

Associazione Italiana Medici per l'Ambiente (ISDE-Genova)

Epidemiologia Ambientale - Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro (IST)

 

OBIETTIVI

Identificare e studiare gli effetti a breve, medio e lungo termine evidenziati sulla salute della popolazione Jugoslava prodotti dai bombardamenti NATO del 1999 (1). In breve si propone di:

  1. Accertare aree, popolazioni, tipi e livelli di esposizioni indirette e dirette conseguenti alla diffusione di agenti tossici, mutageni, cancerogeni, batterico-virali, radioattivi, ecc;

  2. Documentare e stimate gli effetti sulla salute delle popolazioni conseguenti ai danni inflitti alle infrastrutture vitali e confrontarne le frequenze osservate nel tempo e nello spazio.

 

SOGGETTI, MATERIALI E METODI

Studi epidemiologici:

1) studio caso-controllo: si confronta la frequenza di esposizione ad inquinanti nel gruppo dei malati (casi) e nel gruppo di controllo e si utilizza uno specifico questionario per i dati sull'esposizione;

2) studio di coorte: si confronta la frequenza di malati (e deceduti) per specifiche patologie nelle due popolazioni rispettivamente non-esposta ed esposta agli effetti del bombardamento NATO.

Popolazione in studio

L'obiettivo prioritario è caratterizzare ogni soggetto (ed ogni popolazione esaminata) in funzione della presenza (od assenza) sia della patologia sia dell'esposizione agli effetti del bombardamento.

Preferibilmente dovranno essere scelte le popolazioni coperte sia da un servizio demografico sia da un polo sanitario al fine di una esatta identificazione anagrafica, clinica ed eziologica dei soggetti. Alternativamente potranno essere studiati:

  1. campioni rappresentativi di popolazione;

  2. specifici sottogruppi di popolazione (bambini, donne in gravidanza, anziani, soggetti già ammalati, ecc.) analizzati per sesso, età, livello socioeconomico, ecc.

Stima dell'esposizione

Si ritiene utile esaminare ogni possibile conseguenza del bombardamento. Si può stimare la dimensione e la distribuzione di una quota degli inquinanti emessi da raffinerie, centrali, depositi, ecc. ma si devono anche acquisire informazioni sulla diffusione e la probabile interazione con composti radioattivi (DU), chimici e/o batteriologici diffusi dal bombardamento vero e proprio.

Patologie esaminate

In questa fase si è ritenuto utile allargare lo studio a tutti i possibili effetti sulla salute. In accordo con i tecnici operanti sul territorio Jugoslavo seguiremo un criterio di priorità ma tenteremo di analizzate la mortalità e morbosità per tutte le possibili patologie (infettive, metaboliche, respiratorie, immunologiche, endocrine, neurologiche, psichiatriche, neoplastiche, ginecologiche, pediatriche, geriatriche, ecc.)

Analisi statistica

Sia nello studio di coorte, sia in quello caso-controllo, calcoleremo la potenza statistica. Nello studio verranno calcolati i tassi di incidenza, prevalenza, mortalità, stima del Rapporto Standardizzato di Mortalità (SMR) ed incidenza (SIR) con relativi limiti di confidenza al 90% assumendo la distribuzione di Poisson per i principali fattori di rischio analizzando tutti i determinanti di malattia disponibili.

 

PERSONALE E SPESE NECESSARIE

  1. L'estensore del progetto non ha ancora reperito un finanziamento minimo in grado di garantire la continuità, la buona conduzione e la conclusione dell'indagine. I finanziamenti dovranno coprire parte del personale non di ruolo, le spese tecniche, includendo apparecchiature, materiale di consumo, viaggi, pubblicazioni, ecc.

  2. L'indagine è prevista di durata biennale (eventualmente rinnovabile). Allo studio dovranno partecipare 1 epidemiologo (coordinatore dello studio), 1 medico, 1 chimico, 1 fisico, 1 biologo, 1 biostatistico, alcuni tecnici e volontari operanti nei Balcani ed in Italia. Lo studio accettato al comitato etico, potrà essere supportato dal governo Italiano e dalle ONG.

  3. Ogni anno verrà stesa una relazione che documenterà lo stato di avanzamento dello studio.

 

BIBLIOGRAFIA

L.Triolo,V.Caffarelli, P.Cagnetti, G.Grandoni, A.Signorini, W.Bocola, V.Gennaro: Gli effetti dell'inquinamento chimico causati dal bombardamento sull'ambiente e sulla salute umana in Serbia e Kosovo. Pagg. 61-82, 1999. Imbrogli di Guerra. Scienziate e Scienziati Contro la Guerra. A cura di F. Marenco. Edizioni Odradek

 

 

Informazione e telematica per la pace

Francesco Iannuzzelli - Associazione Peacelink

L'intervento riguarderà i seguenti punti:

Breve analisi del comportamento dei media durante il conflitto in Kossovo, mettendo in risalto alcuni atteggiamenti come:

Confronto con l'informazione fornita in merito ad altri recenti conflitti (es. Cecenia e Etiopia/Eritrea, dei quali l'Associazione Peacelink si sta occupando direttamente in questo periodo).

L'uso della telematica come canale alternativo di comunicazione, l'esperienza di Peacelink e il contributo delle associazioni e della gente comune nel fornire informazione indipendente da interessi economici e bellici.

 

 

IL PREMIO USA AI PARTITI SOCIALISTI E VERDI PER LA GUERRA NEL KOSOVO:

I MISSILI CRUISE PER LA DIFESA DELL'EUROPA

Antonino Drago, Dip. Scienze Fisiche, Univ. "Federico II" Napoli

 

Nessuna analisi sulla guerra del Kosovo ha ancora risposto alla domanda cruciale: perché i partiti europei socialisti e verdi, giunti finalmente ai governi nazionali, proprio quando potevano costruire assieme una politica anticapitalista comune, si sono fatti strumentalizzare dagli USA, notoriamente il paese più capitalista del mondo? Sottodomanda: perché invece la Grecia è stata così unanime nell'opporsi alla guerra?

Oltre la prepotenza USA, ci deve essere anche una causa strutturale interna all'Europa. Questa non è economica (piuttosto occorreva difendere l'euro) né giuridica (l'Europa non vuole la fine dell'ONU) né politica (l'Europa non vuole un predominio mondiale). Resta solo una causa strutturale di tipo non democratico: quella militare.

Nel 1989 i popoli europei dell'Est si sono liberati senza armi dalla divisione mondiale di Yalta, durata 50 anni. Con ciò hanno distrutto nonviolentemente il "nemico", delegittimato la corsa agli armamenti e aperto la prospettiva di una difesa europea a bassi livelli di armamenti, solo difensiva, fondata sulla diplomazia degli organismi internazionali (riforma dell'ONU e istituzione di nuovi organismi). Ma la guerra in Jugoslavia ha dimostrato che gli Stati europei dell'Ovest non hanno realizzare una difesa comune.

Nel frattempo gli Stati emergenti possono disporre (o comprare) missili a lunga gittata, con la capacità di aggredire l'Europa. Contro questi missili, l'unica difesa militare è l'attacco preventivo ai silos nemici mediante i missili Cruise, i quali possono colpire chirurgicamente e silenziosamente (essendo invisibili ai radar, il loro attacco può essere smentito ufficialmente e sulla stampa). Ma i Cruise funzionano solo se gestiti da una rete mondiale di satelliti artificiali; rete che oggi solo gli USA possono permettersi.

Con il Kosovo gli USA hanno potuto dire che la ricreazione del 1989 era finita e che ora si torna alla ragione delle armi. Di dirlo innanzitutto ai kosovari che per dieci anni in Jugoslavia avevano esemplarmente combattuto senza violenza; e di dirlo forte a quell'Europa dove: i popoli dell'Est avevano avuto la capacità di liberarsi senza armi; in tutti i paesi dell'Ovest i socialisti erano stati eletti al governo quasi contemporaneamente; e in più il Papa insisteva su una politica di pace, fino a fare da contraltare alle decisioni di guerra USA. Ora è finita la incertezza dei capi socialisti europei sulla politica militare: hanno vincolato l'Europa ad una servitù militare, rinnovando la NATO in funzione aggressiva. Però con un premio: la doppia chiave per l'uso dei missili Cruise per un'eventuale difesa dell'Europa. Si ricordi che nella guerra del 1999 sono stati lanciati 10.000 Cruises, così tanti da esaurire le riserve degli USA: una colossale esercitazione bellica europei-USA.

Se la Grecia è rimasta fuori di questo patto, non è certo per un sussulto di democrazia; ma perché dei due Stati occidentali quasi in guerra tra loro (Grecia e Turchia) uno solo poteva avere l’uso dei Cruise: il più arretrato e feroce (vedi come tratta i Kurdi) e il più utile per puntellare Israele in Medio Oriente.

Ovviamente i governi europei non possono propagandare questo premio dei Cruise: troppi sono i socialisti alla vecchia maniera, i cittadini europei ribelli a questa logica militare tecnologica, la gioventù europea (15-50%) che ormai si è preso il diritto di obiettare alla caserma e alla guerra. D'altronde orami ci sono altri patti mondiali, sia segreti (MAI; Echelon e FrenchEchelon;…) e non segreti (le politiche del FMI, del WTO e soprattutto la disoccupazione al 10-20% e la fame nel mondo), ma altrettanto vincolanti e fascisti. Solo per evitare l'oscenità, in questi giorni gli europei hanno rifiutato lo scudo stellare USA, che avrebbe comportato la totale servitù militare europea in nome della difesa comune.

Con il premio dei Cruise l'Europa ha scelto la massima potenza militare, chiudendosi in una strategia militare che difende gli interessi degli USA e suoi. Ciò comporta la politica di dominio mondiale a 9 Stati, impone la fine dell'ONU e della democrazia mondiale e dà luogo ad un vuoto di rappresentanza politica verso i due terzi della popolazione; in breve realizza un socialfascismo. Tutta la politica dell'alternativa (anche di noi scientifici) deve misurarsi con questa scelta.

 

 

LA DISINFORMAZIONE STRATEGICA RELATIVA ALLA NATURA DEL CONFLITTO COLOMBIANO,

FINALIZZATA ALLA LEGITTIMAZIONE DELL'INTERVENTO DEGLI STATI UNITI D'AMERICA IN COLOMBIA

Lucas Gualdron

Commissione Internazionale delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia

Esercito del Popolo, FARC-EP

 

Verranno esaminati i seguenti punti:

 

 

Balcani e guerre etniche: il caso dei Rom

Marcella Delle Donne

Cattedra di Sociologia delle Relazioni Etniche, Università "La Sapienza" di Roma

 

Nel panorama delle guerre balcaniche, definite guerre etniche, serbi, croati, bosniaci, kosovari e albanesi hanno animato la cronaca massmediatica mondiale. Poco o nessuno spazio per un popolo, i Rom, che assimilato agli uni o agli altri ha pagato e sta pagando la sua diversità in termini di annientamento.

I Rom nella ex Iugoslavia, circa un milione e mezzo, non sono riconosciuti come minoranza e non godono di forme di tutela. Neppure nelle convenzioni internazionali, come la Convenzione di Ginevra, rientrano tra i gruppi per i quali è previsto, in caso di persecuzioni, il riconoscimento dello status di rifugiato. I Rom fuggiti dalle guerre nei Balcani, considerati di volta in volta bosniaci, serbi o kosovari, sono stati accolti nell’ambito della protezione umanitaria accordata dall’Europa di volta in volta ai bosniaci, ai disertori serbi, ai kosovari. Protezione sospesa quando la situazione interna a ciascun gruppo è apparsa pacificata. Ciò ha lasciato la mano libera alle persecuzioni verso il popolo Rom da parte di quei gruppi di potere che hanno usato e usano la diversità Rom come motivo della loro infedeltà, accusati di collaborazionismo con la parte avversa.

Dopo la guerra Nato, nelle interviste raccolte in Iugoslavia tra i Rom provenienti dal Kosovo, gli intervistati, tra gli orrori dei loro percorsi, hanno denunciato le forze internazionali. Queste non li hanno protetti, lasciando il popolo Rom in balia delle mafie di potere che praticano il traffico degli organi. I Rom sono le popolazioni più a rischio, in particolare i bambini di molti dei quali denunziano la scomparsa.

I Rom in fuga, che approdano sulle nostre coste, considerati kosovari, bosniaci o albanesi, non hanno diritto a nessuna tutela. Ritenuti clandestini, finiscono nei cosiddetti “campi nomadi”, abitati indistintamente dagli “zingari”. I campi rigurgitanti di profughi rom che vivono in condizioni disumane hanno fatto esplodere l’intolleranza delle popolazioni vicine ai campi contro gli zingari. In questa prospettiva, dalla guerra nei balcani è emerso il problema di un popolo che vive perseguitato in Europa da 800 anni; un popolo mai riconosciuto nella sua identità etnica, culturale, linguistica in alcuna nazione europea a cominciare dall’Italia.

Le conseguenze delle guerre nei Balcani sollecitano la riflessione sulla tragedia di una minoranza, che come gli ebrei ha subito già un olocausto, e richiamano l’attenzione e l’iniziativa a favore di un popolo che aspetta ancora di essere legittimato e come tale tutelato e protetto.

 

 


(¹) Paul Rabinow, Fare scienza oggi, Feltrinelli, Milano 1999. [torna su]