Questa pagina Ŕ aggiornata al settembre del 2000

Alcune idee e proposte

*  4 ottobre 1999 - Angelo Baracca <baracca@fi.infn.it>
* 20 ottobre 1999 - Angelo Baracca <baracca@ff.oc.uh.cu>
* 22 ottobre 1999 - Elisabetta Donini <donini@agraria.unito.it>
* 19  luglio 2000 - Paola Letardi <letardi@icmm.ge.cnr.it>
* 20  luglio 2000 - Angelo Baracca <baracca@fi.infn.it>
* 20  luglio 2000 - Marco Cervino <M.Cervino@isao.bo.cnr.it>
* 20  luglio 2000 - Mauro Cristaldi <Mauro.Cristaldi@uniroma1.it>
* 22  luglio 2000 - Elisabetta Donini <donini@agraria.unito.it>

La ricerca e il militare

* 4 novembre 1999 - Lucio Chiappetti <lucio@ifctr.mi.cnr.it>
* 5 novembre 1999 - Andrea Martocchia <martok@sissa.it>
8 novembre 1999 - Libero Vitiello <vitiello@civ.bio.unipd.it>
* 9 novembre 1999 - Angelo Baracca <baracca@ff.oc.uh.cu>
* 12 novembre 1999 - Franco Marenco <marenco@g24ux.phys.uniroma1.it>
* 13 marzo 2000 - Angelo Baracca <BARACCA@fi.infn.it>

Scienze strategiche

* 20 dicembre 1999 - Andrea Martocchia <martok@sissa.it>
* 21 dicembre 1999 - Antonino Drago <drago@unina.it>
* 28 febbraio  2000 - Valeria Chiado' Piat: Forward di 
     Vittorio Mangione <mangione@prmat.math.unipr.it>
 

La percezione della scienza da parte della societa'

* 5 luglio 2000 - Paola Letardi: Forward dalla mailing list <noomc-it@egroups.com>
* 5 luglio 2000 - Antonino Drago <drago@unina.it>
* 6 luglio 2000 - Mauro Cristaldi <Mauro.Cristaldi@uniroma1.it>
 


 ALCUNE  IDEE E PROPOSTE


Date: Mon, 4 Oct 1999 18:57:16 +0200
From: Angelo Baracca <BARACCA@fi.infn.it>

Cari amici di SCIENZAEPACE,
(...)
cerchero' di buttare giu' qualche riflessione di fondo e di prospettiva

QUALCHE RIFLESSIONE MIA
-----------------------
Non mi e' facile orientarmi nei messaggi e nelle polemiche che si sono
incrociati e capire se e cosa ci possa essere alla base. D'altra parte, non
vorrei entrare nelle polemiche, ma cercare di essere costruttivo.
Non posso nascondere pero' l'impressione - che spero potra' essere superata
- che dietro ci stia qualche problema di fondo, che pero' fatica ad emergere, o
ad essere formulato esplicitamente. Io non conosco nessuno di voi, tranne
Elisabetta Donini, non so quali siano le conoscenze o i collegamenti precedenti
che hanno fatto coagulare l'incontro del 21 giugno. Di problemi della pace del
disarmo, del nucleare (ora cupamente attuale!), dell'ambiente mi sono occupato
fin dalla fine degli anni '70, ho avuto ed ho contatti con altre istanze che si
muovono su questi problemi. Tanto per cercare di conoscerci.
Per cominciare, mi ha stupito un po' che la discussione si sia accesa sul
libro e sia rimasta incentrata quasi esclusivamente su di esso, molto meno per
ora (mi pare) sull'incontro e il convegno. Se dico che ho l'impressione che
possano esserci dietro altri problemi non e' per polemica, ma perche' sono
convinto che ci troveremo inevitabilmente ad affrontare e discutere dei
problemi oggettivi sulla strada che vogliamo imboccare: tanto meglio allora
porli subito.
Non sottovaluto il libro, ma credo che non possa essere che un punto
iniziale se intendiamo coordinarci ed agire come gruppo. Questo e' vero per
qualsiasi gruppo che si costituisca su qualsiasi problema, ma la nostra
specificita' pone a mio avviso alcuni problemi di fondo che dobbiamo
affrontare, con un confronto ampio, esplicito e approfondito, in cui molto
probabilmente si registreranno posizioni diverse, che dovremo riuscire a
sviluppare, confrontare e gestire in modo costruttivo.
In primo luogo, non possiamo non porci il problema del nostro ruolo rispetto
alla comunita' scientifica (termine che non mi piace). Ripeto che non so come
e' nato questo gruppo, e del resto non mi interessa piu' di tanto, ma credo che
non possiamo ignorare che non e' la prima volta che un gruppo di "scienziati/e"
(altro termine che non mi piace) si pone questi problemi e cerca di agire. Ci
sono gli scienziati del "Bulletin of the Atomic Scientists", il "Radical
Science Journal", la Union of Concerned Scientists, il Pugwash (che nel 1995
ebbe il Nobel per la Pace, con il suo presidente Rotblat), c'e' in Italia
l'USPID (Unione Scienziati per il Disarmo), a Firenze c'e' il Forum per i
Problemi della Pace e della Guerra, a Bari e a Bologna ci sono strutture
universitarie, dipartimenti che operano su questi temi (in Toscana un'idea
interuniversitaria di questo tipo venne segata una decina di anni fa in Senato
Accademico!): per citarne alcuni. Tutte iniziative su cui possiamo esprimere
valutazioni diverse, riserve, critiche: ma dobbiamo riconoscere che in un modo
o nell'altro molti nostri colleghi si sono posti il problema di agire per la
pace e il disarmo nei confronti (1) della comunita' scientifica, che tanto
apporto da' alla guerra, e (2) dell'establishment, che utilizza la scienza a
fini militari; e forse (3) in molti casi nei confronti della gente. Questo
infatti non e' un nodo da poco! E le altre esperienze potrebbero insegnarci
qualcosa, magari in negativo.
Personalmente ho posizioni forse abbastanza radicali, ho profonde riserve su
molte delle iniziative che ricordavo, anche se ne riconosco il valore parziale
e partecipo ad alcune di esse, anche perche' sono fonti preziose (a volte
uniche) di informazioni. Sinceramente mi stupisce che nessuno abbia ricordato
l'USPID, magari per dirne tutto il male possibile e portarlo come esempio da
non seguire. Ma credo che sia un'esperienza che puo' insegnare qualcosa, anche
sui problemi che dobbiamo porci. Io fui tra i promotori dell'USPID, poi
nell'incontro costitutivo nel 1982 non entrai per dissenso su come esso veniva
concepito. Ma l'USPID si era posto il problema di come collocarsi ed
interagire con la comunita' scientifica. La proposta che prevalse fu di una
struttura tipo Pugwash, cioe' ristretta a tecnici e scienziati qualificati, che
avevano quindi l'autorita' per parlare di questo nella comunita' scientifica e
verso i "politici". Io, ad esempio, sostenevo una struttura piu' "di
movimento", aperta al personale non docente e agli studenti. L'USPID si e'
praticamente esaurito, e' ristretto ad un pugno di persone, le quali tuttavia
organizzano il Convegno biennale di Castiglioncello e partecipano al Landau
Network con il Centro Volta di Como (che ad esempio sta cercando di promuovere
un'iniziativa governativa verso le "citta' nucleari" ex-sovietiche). Io ormai,
dopo essermi riavvicinato all'USPID ed avere promosso molte iniziative locali
(puntammo appunto a creare un Centro Interuniversitario Toscano di Scienze per
la Pace, su cui la Regione Toscana pareva d'accordo, ma che poi fu boicottato),
cambiati i tempi partecipo a Castiglioncello e ad alcuni incontri al Centro
Volta di Como, che spesso mi sono stati molto utili per avere informazioni
aggiornate e qualificate, soprattutto sulle armi di distruzione di massa.
LA POSIZIONE E IL RUOLO NEI CONFRONTI DELLA COMUNITA' 
SCIENTIFICA MI PARE COMUNQUE UNO DEI PRIMI PROBLEMI 
CHE DOVREMMO AFFRONTARE.
Ma sono convinto che questo problema ci portera' ad affrontare altre
questioni tutt'altro che marginali, che implicano valutazioni di fondo,
determinanti per le posizioni che ciascuno esprimera': per citarne alcune, in
termini generali: che valutazioni diamo della scienza e della tecnica? Che
valutazioni diamo della "comunita'" scientifica? Che valutazioni diamo, di
conseguenza, dei rapporti della comunita' scientifica col potere? Dell'apporto
che essa da' alla ricerca militare, alla corsa agli armamenti, alla guerra?
Non sono questioni banali, non saremo i primi a porcele, ne' saremo noi a
dare le risposte definitive. Personalmente, come dicevo sopra, ho posizioni che
credo saranno ritenute piuttosto radicali. Non mi sembra il caso di entrare per
ora troppo nel merito [fara' il punto della mia posizione un articolo proprio
sul "Nodo Scienza-Guerra" sul prossimo numero di "Giano"]. Ma per non rimanere
nel generico mi pare opportuno riferirmi almeno a due posizioni opposte per
vederne le implicazioni. Schematicamente, estremizzando, si puo' pensare che
la scienza sia ricerca pura delle leggi naturali, che come tale non ha
responsabilita', e che queste ricadono sul suo uso. Sempre schematizzando e
estremizzando, io ho una concezione opposta, secondo cui la scienza non e' mai
puro riflesso della natura, ma dipende anche dal suo ruolo sociale,
storicamente determinato, dalle finalita' della comunita' scientifica (che per
me e' piu' una "corporazione"): quindi la scienza porta gia' a mio avviso
l'imprinting, le valenze, delle sue possibili applicazioni e implicazioni; e
gli scienziati portano la loro buona parte, diretta, di responsabilita'. Per
fare solo un esempio, il progetto delle "Guerre Stellari" non se lo e'
inventato Reagan, ma a lui lo ha suggerito la "comunita'" scientifica: cosi'
come avviene per il perfezionamento in corso delle armi nucleari, ecc.. Ma a mio
avviso il problema va ancora al di la', e credo che il concetto stesso di
"guerra" vada riconsiderato ed esteso: se la guerra e' la continuazione della
politica con metodi violenti, le guerre commerciali guidate dal WTO e quelle in
corso per imporre gli organismi geneticamente modificati sono guerre in piena
regola, forse con un numero di vittime superiori alla guerra dei Balcani. La
quale, del resto, va collocata nelle contese per il controllo delle aree
strategiche, delle risorse e dei corridoi strategici (vi segnalo un articolo a
mio avviso molto buono di Sergio Carraro, su "Quaderni CESTES", n. 3:
chiedetelo a CESTES-PROTEO, fax 0670491956, e-mail: cestes@tin.it). Ma mi
rendo conto che dovrei far circolare il mio articolo per "Giano": chiedero' a
Luigi Cortesi se e' d'accordo.
Ma poiche' ho citato la Guerra dei Balcani, vorrei commentare un altro
aspetto. Le nostre iniziative sono nate in corrispondenza con questo conflitto:
esso ci ha portato a porci una serie di problemi (per intenderci, quelli che
compongono il libro): si tratta sicuramente di problemi cruciali per il futuro,
ma un gruppo di scienziati per la pace deve a mio avviso affrontarne altri. Nei
Balcani non e' stato posto il problema dell'escalation verso l'uso di armi di
distruzione di massa (anche se io propongo di estendere questo concetto ad
azioni come il bombardamento della fabbrica chimica di Pancevo, o ad altri
aspetti, quali le cause, ancorche' misteriose, della "Sindrome del Golfo"). Ma
le attuali strategie militari - o quelle mascherate come "politiche per la
sicurezza", ad esempio negli USA - ruotano proprio attorno al problema delle
armi di distruzione di massa (nucleari, chimiche e biologiche), in cui le armi
nucleari stanno giocando il ruolo di ago della bilancia e, a mio avviso, di
reale fattore di destabilizzazione e di rischi di utilizzazione: il nucleare
e', in un cocktail micidiale con le armi convenzionali "intelligenti", il
cardine della corsa al riarmo negli USA (leggete ad esempio l'articolo di
C. E. Paine sullo "Scientific American" di settembre, ma a Castiglioncello
sono venute fuori delle cose interessanti, o meglio allarmanti). Insomma,
credo che di questo nodo dovremo occuparci, come scienziati per la pace. Io poi
sono quasi piu' allarmato delle potenzialita' di armi batteriologiche
costituite da microrganismi geneticamente modificati, accessibili a laboratori
relativamente modesti di paesi o gruppi modesti! Ecco dove per me c'e' il nodo
della responsabilita' intrinseca della scienza, e se lo si elude si e'
condannati allo stallo o a contraddizioni paralizzanti su questi problemi
(come, ritengo, accade al Pugwash o all'USPID). Senza contare che il recente
(non primo e non ultimo) incidente nucleare in Giappone riporta drammaticamente
alla ribalta il problema del nucleare nel suo complesso: il Giappone sta
stoccando quantita' spaventose di plutonio dalle sue centrali "civili", e
possiede indubbiamente il know how per fabbricare testate nel giro di settimane
o mesi! (anche se non e' in grado di intervenire per i civili: ma non e' un
caso)
Ci sono tante altre questioni fondamentali da affrontare. Mi limito a citare
i temi che da anni sviluppa Elisabetta Donini, e che del resto compaiono nel
libro.
Semmai, un'ultima considerazione. Spero che l'edizione del libro si risolva
presto (non intervengo perche' mi pare che le questioni siano gia'
abbondantemente discusse e arriverei comunque ormai in ritardo) e che si passi
alla sua utilizzazione. Pero' vorrei dire che, almeno secondo me, non possiamo
pensare di limitare la nostra azione al libro e semmai ad un convegno futuro:
se cosi' fosse faremmo ne' piu' ne' meno quello che fa (a suo modo, ma per
questo aspetto non lo fa male) l'USPID. Credo di avere gia' espresso le mie
idee su come dovrebbe porsi e agire un'organizzazione di scienziati/e per la
pace, se vuole operare attivamente e concretamente per la pace e (a mio avviso)
cercare di contrastare il ruolo della comunita' scientifica.
Beh, credo che sia il momento di fermarmi. Scusatemi la lunghezza, ma vorrei
che ci scambiassimo soprattutto messaggi riflettuti ed elaborati, altrimenti i
botta e risposta tra tutti mi sembrano davvero paralizzanti per qualsiasi altra
attivita'. Io sono forse uno dei pochi che ha forti riserve sulla rete e sulla
(apparente) democrazia di scambi che consente [a proposito, uno dei punti del
dibattito e' la messa in rete dei materiali, ma nessuno degli scienziati/e
contro la guerra conosce l'iniziativa in rete di "Intermarx", cyber-figlio
della rivista "Marx 101"? Maria Turchetto, che lo coordina, ha messo in rete
molti interventi interessanti sulla guerra, vedere: http://www.intermarx.com/
Allego dettagli. Un'altra rivista che raccomando e' "Guerre e Pace", potete
contattare via e-mail: guerrepace@mclink.it]. Ma anche di questi semmai
discuteremo a parte.

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Date: Wed, 20 Oct 1999 10:11:38 -0400 (EDT)
From: "Dr. Baracca" <baracca@ff.oc.uh.cu>

Cari/e SCIENZAEPACE,
(...)
La mia modesta impressione e' che la discussione sulle nostre
prospettive, su cosa vogliamo essere e vogliamo fare, langua un po'.
Alcune proposte che hanno circolato mi vanno bene, pero' mi pare che
manchi un quadro un po' piu' generale.
Se da un lato non sono d'accordo con chi vorrebbe porre troppi limiti
alle nostre attivita' e iniziative, credo pero' che dobbiamo mantenere la
nostra specificita' [anche a me non piace chiamarmi "scienziato", pero'
questo e' il termine - un altro e' "tecnici" - con cui sono note le
persone che si occupano di scienza: mi sembra un po' ipocrita o initile
rifiutarlo; il problema per me e' di rifiutare il ruolo che viene di
solito assegnato agli scienziati e cercarne altri; nessuno si ricorda di
Giulio Maccaccaro? Beh, andrebbe riletto: ripeto che non siamo i primi a
cercare un ruolo diverso come "scienziati"]. La "comunita'" scientifica
(altro termine che non mi piace: secondo me e' piu' una "corporazione", a
volte una lobby, spesso qualcosa che gioca un ruolo molto piu' concreto di
una lobby) e' una componente molto peculiare della societa': non possiamo
far finta che non sia cosi'. L'evoluzione della societa', dell'economia,
della produzione dalla rivoluzione industriale dipende sempre piu' dalla
scienza e dalla tecnica. Le tecnologie militari, poi, ne dipendono in modo
fondamentale.
Il discorso sarebbe lungo: vi accennavo ad un mio articolo in
pubblicazione su "GIANO", ma credo che uscira' con l'anno nuovo. La
maggior parte della "corporazione" scientifica (gli "scienziati" veri!)
non ha problemi con l'implicazione in questi processi. Ve ne e' una buona
parte che vi partecipa consapevolmente, un'altra parte (forse la
maggioranza) che semmai disdegna di occuparsi di cose troppo pratiche, ma
non si fa un problema di queste implicazioni della ricerca scientifica.
A me va benissimo una dichiarazione da firmare e diffondere di rifiuto
a partecipare a ricerche con fini o ricadute militari. Facciamolo. Pero'
ritengo che il problema sia molto piu' complesso. Io credo che la
"corporazione" scientifica - nel suo complesso - sia sempre stata dalla
parte del potere, ed abbia giocato un ruolo fondamentale (e crescente)
nella soluzione delle difficolta' che il potere ha incontrato proponendo
ritrovati tecnico-scientifici che andavano nella direzione di cui il
potere aveva bisogno in qul frangente (scusate il linguaggio schematico,
come "potere"). Due soli esempi: il ruolo della scienza nell'uscita dalla
Grande Cris del 1929; il progetto dell "Guerre Stellari" proposto a Reagan
nel 1983 dagli scienziati del complesso militare-industriale. Ho una
concezione della scienza come "non neutrale"; anzi credo che il marchio
dei rapporti sociali arrivi fin nei contenuti piu' specifici della
scienza. Ecco perche' sono convinto che la contestazione e/o il
superamento del ruolo degli scienziati e dei tecnici vada molto al di la'
del rifiuto di partecipare a ricerche militari (si veda appunto
Macaccaro). Ma, ripeto, mi va bene anche la dichiarazione.
L'aspetto che pero' mi interessa di piu' e' come operare attivamente
per la pace e il disarmo NEL NOSTRO RUOLO DI "SCIENZIATI" (per questo
penso che sia piu' onesto continuare ad usare questo termine).
Mi vanno bene seminari, convegni, collegamenti e\o ampliamenti a
strutture studentesche. Il rischio e' di parlare a chi gia' e' convinto,
anche se indubbiamente e' importante diffondere, ampliare, scambiare
l'informazione. Nelle mie considerazioni precedenti accennavo alle
strutture universitarie per la pace di Bari e di Bologna: mi stupisce un
po' che nessuno abbia ripreso l'argomento. Cosi' come accennavo all'USPID
e al PUGWASH, e anche di questi mi stupisce che nessuno li riprenda.
U'altra possibilita' che a me sembra molto importante e' organizzare
corsi di aggiornamento per insegnanti. Io lo feci a Firenze nel 1996, ebbe
un buon successo, riuscii a ripeterlo nel 1997 (anche se per motivi
organizzativi ebbe meno successo), poi purtroppo si areno' nel 1998: vi
assicuro che si tratta di uno sforzo e di un impegno non indifferenti!
Sia per questi che per i seminari mi sembra importante la proposta di
fare un'archivio delle competenze diffuse nel nostro gruppo.
Per ora mi fermo qui. Spero che questi temi vengano ripresi prima
dell'incontro. Ciao a tutti
Angelo Baracca
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Date: Fri, 22 Oct 1999 14:12:58 +0200
From: donini elisabetta <donini@agraria.unito.it>

(...)
Concludo riprendendo invece un punto della lettera di Angelo Baracca
del 20 ottobre, di cui condivido largamente il taglio, specie nel
richiamo a una storia di critica della scienza che Ď stata politicamente
efficace negli anni '70 e che forse potrebbe dare ancora strumenti di
fronte al riarmo nucleare e quanto ci ha ricordato Giorgio Nebbia. A
proposito delle iniziative universitarie, rispetto a cui Angelo si dice
stupito che non si sia ripreso l'argomento, segnalo che a Torino si Ď
costituito un gruppo di lavoro in vista di un Centro di Studi per la
Pace, cui si punta come a una struttura interdipartimentale
istituzionalizzata.
Credo che per quante e quanti di noi lavorano nell'universit┴, che Ď
luogo di didattica, oltrechŇ di ricerca, la responsabilit┴ di misurarci
con la dimensione della 'formazione' vada tenuta ben presente. PerciĚ
penso sensato provare anche questi terreni, con tutti i limiti
intrinseci alle dinamiche che sono appunto segnate dal contesto
istituzionale in cui si opera. Meglio perĚ non abbandonarlo alla gi┴
acquisita esistenza di un corso di diploma in Studi Strategici...

Saluti

Elisabetta

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Date: Wed, 19 Jul 2000 12:23:40 +0200
From: Paola Letardi <letardi@icmm.ge.cnr.it>

Carissimi,
quest'estate non si riesce proprio ad andare in vacanza ...;-)
Vi giro questo appello per un'azione presso tutti i governi per dare forza
all'opposizione al progetto dello scudo spaziale.
Io sono a tappo...ma non vedrei male un testo firmato "Scienziate e
scienziati contro la guerra" e inviato ai nostri ministri della difesa e
degli esteri....
Ciao

Paola

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Date: Thu, 20 Jul 2000 15:25:29 +0200
From: "Angelo Baracca" <baracca@fi.infn.it>

Sono d'accordo sulla proposta di Paola di un testo inviato ai ministri
della difesa e degli esteri. Pero', se siamo un Comitato di Scienziate/i
contro la guerra" forse dovremmo cercare di fare anche qualcosa di piu'. Per
esempio, una lettera ai giornali, per sensibilizzare l'opinione pubblica.
Non so se, di questi tempi (magari a settembre), si potrebbe anche pensare
di organizzare una conferenza stampa nazionale, a Roma.
    Per ora ciao (per almeno alcuni giorni non saro' reperibile, perche' ho
un problema di famiglia in Romagna: alla settimana prossima)
                          Angelo

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Date: Thu, 20 Jul 2000 17:56:06 +0200
From: Marco Cervino <M.Cervino@isao.bo.cnr.it>

Concordo con l'idea di fare qualcosa di piu' che una petizione per una
posizione che il ministro avrebbe gia' fatto sua (anche se per ragioni
probabilmente diverse da quelle di molti di noi, temo).
Certo serve anche poter dire "ci siamo e otteniamo qualcosa...".

Ma forse si puo' chiedere di piu':
per esempio: far impegnre i ministri a stanziare una somma a favore di
progetti (da mettere a bando) su (mi sto ispirando alla pagina di Drago):
- fattibilita', esperienze pilota della difesa popolare nonviolenta su varie
scale (Italia-Europa-ONU).
- Osservatorio sugli interessi militari che coinvolgono la ricerca
scientifica: sviluppo di indicatori su trasparenza democratica dei piani di
ricerca e  indipendenza (intellettuale, finanziaria).

Per la definizione del bando si potrebbe proporre "Scienziati/e ..  come
consulenza.
Per la somma, si puo' proporre  una cifra uguale a quanto si apprestano a
mettere in Finanziaria per l'Eurofighter (piccoli aerei crescono ...), o piu'
ragionevolmente qualche megaEuro.
Troppo pesante?
--

"L'Italia ripudia la guerra come   "Italy rejects war as an instrument to
strumento di offesa alla liberta`  offend the freedom of other peoples
degli altri popoli e come mezzo    and as a means to solve
di risoluzione delle controversie  international controversies;(...)"
internazionali;(...)"              [provision #11 of the -presently
[Articolo 11 della -al momento     betrayed- Constitution of the
tradita- Costituzione              Republic of Italy]
della Repubblica Italiana]

" It was Italy's leadership that allowed NATO's strategic theory to be
transformed
into strategic practice". (General Wesley Clark, Rome, Oct.7, 1999)
" E' stata la dirigenza italiana a permettere la trasformazione della
strategia
teorica della NATO in pratica strategica." (Generale Wesley Clark, Roma, 7
ott. 1999)
 

                                Marco Cervino
                                fisico / physicist

Consiglio Nazionale delle Ricerche, CNR-ISAO, (ex IMGA e FISBAT)
Istituto di Scienze dell'Atmosfera e dell'Oceano
v. Gobetti 101, Bologna I-40129  Italia
                        TEL       +39  051639-9579 FAX -9649
                        e-mail    M.Cervino@isao.bo.cnr.it

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Date: Thu, 20 Jul 2000 21:46:39 +0200
From: Mauro Cristaldi <Mauro.Cristaldi@uniroma1.it>

Carissimi,
        ritengo l'idea di Marco Cervino veramente illuminante per consentire alle
concrete iniziative a sostegno della pace di camminare sulle proprie gambe,
anche per evitare che tali iniziative ricadano sempre economicamente sulle
esauste casse dei pacifisti, che abitualmente pagano i danni di guerra
commessi da altri (vecchia abitudine ormai inveterata anche nella gestione
ambientale). Adottando la strategia Cervino si dovrebbero dirottare le
spese per la cosiddetta Difesa (che ormai si dovrebbe chiamare pi¬
appropriatamente Offesa) verso iniziative di pace magari gi┴ in parte
istituzionalizzate: ritorno ossessivamente sui Corpi di Pace, di cui la
nostra rete potrebbe divenire consulente ufficiale.
        E' pur vero che, se dovessero cominciare a girare soldi, vigilanza e
controlli interni dovrebbero aumentare, in quanto, se la ricerca
istituzionale costa, in feedback con aberranti attivit┴ produttive
(tecnologie spaziali, nucleari, elettroniche, belliche, biologiche), la
ricerca alternativa, volta a risolvere la reversibilit┴ di sistemi ormai
troppo compromessi, credo debba costare ancora di pi¬; quindi credo che
qualche megaEuro sia ancora troppo poco. Chiss┴ allora se sar┴ di nuovo la
"nuova" dirigenza italiana a permettere la trasformazione della strategia
teorica di Scienza & Pace in pratica strategica!
        Un grazie a Paola, ad Angelo e a Marco che sollecitano ancora i nostri
stanchi cervelli a pensare.
        Ciao,                                   Mauro

---------------------------------------------------------------------------

Date: Sat, 22 Jul 2000 09:37:43 +0200
From: elisabetta donini <donini@agraria.unito.it>

Mi associo ai consensi e integrazioni rispetto alla proposta di Angelo.
Credo che sia un ottima cosa che Angelo inizi a scrivere un documento e
che su questo chi puĚ e sa faccia varianti e commenti; dopo di che, a
settembre potremo prendere iniziative.
Mi pare essenziale che il Comitato cerchi di agire tanto all'interno
degli ambienti scientifici quanto nel 'mondo esterno', ma sono convinta
che la capacit┴ di avere voce anche a livello politico non dipenda
solamente da quante firme raccogliamo nelle universit┴ e centri di
ricerca nŇ dalle eventuali adesioni di personaggi particolarmente
riconosciuti come autorevoli.
Conta che una nostra presa di posizione possa essere percepita nel
quadro di uno spostamento significativo delle opinioni diffuse.
Per chi Ď pi¬ anziana/o, vi ricordate gli anni '80 e il nucleare? Epico
il confronto Mattioli-Amaldi (nel senso che Ď rimasto nella memoria
collettiva come un punto di svolta), ma decisivo fu che attorno a eventi
di quel genere si animĚ tutto un movimento capillare che raggiunse la
generalit┴ delle persone, fino al successo del referendum.
Credo anche che sarebbe molto importante che un Comitato come il nostro
lavorasse per una ripresa ampia della consapevolezza che sono le
cittadine e i cittadini (possibilmente con un'estensione non
etnocentrata di questa nozione) a dovere e potere decidere delle scelte
essenziali.
Saluti e buona estate a chi va in vacanza, a chi lavora, a chi unisce le
due attivit┴
                                                Elisabetta Donini


  LA RICERCA E IL MILITARE


Date: Thu, 4 Nov 1999 14:22:35 +0100 (MET)
From: Lucio Chiappetti <lucio@ifctr.mi.cnr.it>

(...)
Gia' che ci sono, ritorno sulla questione del "NATO-free", relativa label nel
sito, e che cosa questo comporta.

- perche' non sia una dichiarazione vana, dovrebbe essere verificabile,
ossia se si afferma p.es. che tutti i sottoscrittori della lista, o del
comitato (se distinti, potrebbe essere una ipotesi) esplicitamente si
impegnino a non fare ricerche militari (o basta un silenzio/assenso ?)

- un primo livello di impegno e' "dichiarare che non si e' mai lavorato
per la NATO, la difesa, i militari ecc." (e che mai lo si fara'). Questo
per molti di noi e' facila da affermare, non ci costa nulla, specie se
facciamo un lavoro che col militare non c'entra nulla,

- un secondo livello di impegno e' "rifiutarsi di partecipare a congressi
o ricerche sponsorizzate o finanziate dalla NATO o a programmi di
fellowship finanziati dalla NATO (o altre entita' militari)" e/o dichiarare
di non averlo fatto in passato. Questo pensando p.es. a quei congressi
(su argomenti NON militari) che sono "NATO advanced study institutes" o
alla borse CNR-NATO. Questo comporta di pagare un prezzo (NON andare a
certi congressi), ma ha anche un certo impatto.

- un terzo livello di impegno e' "rifiutarsi di collaborare nelle proprie
attivita' di ricerca con organizzazioni militari, organizzazioni che
svolgono anche ricerca militare, o industrie che hanno anche contratti
militari", anche quando si tratta di ricerche non militari.

Questo puo' avere un NOTEVOLE prezzo da pagare per noi.
Inoltre mi domando se sia sempre giusto e/o opportuno farlo.
Pero' dobbiamo porci il problema.

Faccio un paio di esempi del mio settore (astrofisica).

Vi sono astrofisici al Naval Research Laboratory, o al Los Alamos
National Laboratory. Non sono militari, non fanno bombe, ma lavorano in
posti che lo fanno. Sarebbe giusto troncare ogni rapporto con tali
persone e/o con le loro istituzioni ?

Se si vuol fare astrofisica dallo spazio, occorre appoggiarsi per i
satelliti e la relativa elettronica alle industrie aerospaziali, che
spesso hanno anche contratti militari. A questo punto decidiamo di
NON fare piu' astrofisica dallo spazio ma solo da terra (magari per
qualche singolo potrebbe essere facile, ma per una parte rilevante
della comunita' ?) ? Non e' tirarsi la zappa sui piedi ?

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Lucio Chiappetti - IFCTR/CNR - via Bassini 15 - I-20133 Milano (Italy)
For more info : http://www.ifctr.mi.cnr.it/~lucio/personal.html
 

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Date: Fri, 5 Nov 1999 15:22:11 +0100 (MET)
From: Andrea Martocchia <martok@sissa.it>

Ciao a tutti,

rispetto alle considerazioni di Lucio sul problema del "NATO-free", vorrei
suggerire anche un'altra possibilita': e cioe' che negli "Acknowledgments"
che chiudono ogni articolo scientifico si inserisca una formula standard
del tipo

"Tizio Caio acknowledges that this research has not been supported in any
way by NATO, nor by any other institution with military implications".

Che cosa ne dite? Chiaramente questa formulazione dovrebbe essere inserita
"per default" ovunque sia possibile, e su questa campagna si dovrebbe
fare una certa pubblicita' nell'ambiente scientifico, in modo che non
sembri una iniziativa estemporanea ma che l'uso di tale formula stia
chiaramente ad indicare l'appartenenza al movimento degli scienziati
contro la guerra. (...)

Andrea
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Date: Mon, 8 Nov 1999 12:45:34 +0100
From: Dr Libero Vitiello <vitiello@civ.bio.unipd.it>

Mi riaggancio alla lettere di Andrea e Lucio;
e' senz'altro vero che alcuni settori sono piu' "a rischio" per entrare in
contatto con organismi e/o istituzioni che si occupano anche di ricerca
militare. p es nel mio caso, genetica umana molecolare, le possibilita' di
imbattersi in finanziamenti NATO o in industrie "strategiche" e' assai
remota. Diverso discorso pero' vale per quanti lavorano in genetica umana
nell'ambito del "progetto genoma". Come probabilmente molti di voi
sapranno, l'idea iniziale (ed i fondi) per iniziare il progetto di
sequenziamento di tutto il DNA umano sono partiti dal DOE, alias department
of energy, alias pentagono. C'erano state all'epoca discussioni (poche
peraltro, almeno a mia conoscenza) nella comunita' scientifica sul perche'
il DOE fosse cosi' interessato alla cosa. Le discussioni hanno riguardato
assai di piu' l'utilita' scientifica della cosa. Ora pero' che i vantaggi e
le ricadute del processo sono a dir poco epocali, sia in termine di
conoscenza di base che di applicazione alla medicina, si pone il problema
di cosa fare in termini di non-collaborazione con militari e company.
Personalmente la mia idea e' che ci si deve astenere da collaborazione e
ricerche che riguardino applicazioni direttamente militari e non si
dovrebbero accettare finanziamenti da organizzazioni tipo la NATO.
Purtroppo per noi pero' moltissime ricerche apparentemente "inoffensive"
possono avere implicazioni militari; l'esempio del progetto genoma e'
illuminante. Che fare allora, non usare nessuna degli strumenti informatici
messi in rete da diverse istituzioni americane perche' le suddette sono
finanziate anche dai militari? oppure, e questa e' la mia idea, "prendere"
tutto cio' che si puo' per fare ricerca per il bene del prossimo e non per
farlo fuori, a condizione di non dare nulla "in cambio" ai militari in
termini di risultati e/o pubblicita'.
Come dire, no alle borse NATO, no ai grant NATO, ma si', per esempio,
all'uso di satelliti civili che si sa essere stati messi in orbita *anche*
grazie a fondi militari o all'uso delle banche dati del genoma umano
gestite dal national center for biotechnology Information. E' un difficile
equilibrismo? senza dubbio, ma e' importante ricordare che la ricerca che
facciamo non e' un hobby personale ma dovrebbe essere diretta al
miglioramento della vita di tutti sul pianeta e quindi deve essere portata
avanti al meglio delle nostre possibilita'.
ciao a tutti
Libero

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Date: Tue, 9 Nov 1999 09:44:26 -0500 (EST)
From: "Dr. Baracca" <baracca@ff.oc.uh.cu>

Su questa questione dell'impegno a non partecipare a ricerche militari,
o NATO, mi ero gia' espresso, ma le mie considerazioni sembrano essere
passate inosservate. Le osservazioni di Vitiello sono in tema. A me va
benissimo un impegno a non partecipare a ricerche militari, a non avere
finanziamenti NATO, ecc. Pero' personalmente ci vedo piu' un significato
simbolico che sostanziale. E' una questione molto delicata, a mio avviso
molto piu' complessa di come di solito viene impostata: le considerazioni
sarebbero tante e non voglio scrivere un lungo papiro.
Si potrebbe partire dagli strumenti che utilizziamo. Internet nacque
per scopi militari, ed anche sulle sue attuali funzioni si potrebbero
avanzare riserve. Avete mai sentito parlare della rete ECHELON? (Vedete
"Guerre e Pace" di un anno o due fa, ora da qui non posso verificare). In
un modo o nell'altro usiamo i satelliti; i computers si sono sviluppati
nel campo militare; i super-computers sono utilizzati per la simulazione
dei test nucleari per sviluppare nuove testate ("Scientific American" di
settembre).
Come si fa a dire che tante ricerche di ingegneria genetica NON
serviranno ad usi militari? Il rischio maggiore di armi batteriologiche
viene dalla modificazione genetica CON TECNICHE ORMAI STANDARD di
organismi abitualmente ospiti del nostro organismo e di piante o animali.
Ricordo un documento del (mi pare) Dipartimento di Stato degli anni '50
o '60 (lo citammo Bergia e io nella "Spirale della Alte Energie") in cui
si diceva piu' o meno: non si puo' far fare la ricerca direttamente
militare in altri paesi, ancorche' alleati; ma per fortuna ci sono aree di
ricerca "avanzata" (termine che non mi piace!) in cui i risultati possono
essere trasferiti gradualmente nell'area del segreto militare. Era un
documento con cui si dava via libera alla fisica delle particelle in
Europa: il CERN si fregia di non fare ricerche militari, ma guardate il
libro del GIPRI (piccolo SIPRI di Ginevra) che mi pare avesse il titolo
"La Quadrature du CERN"!
E allora? Beh, io credo che il problema sia un altro: CHI controlla la
scienza. Io non credo a un controllo della scienza operato da chi la fa;
il mio motto e': "la scienza e' troppo importante per lasciarla nelle mani
degli scienziati". Occorrerrebbe operare per una societa' dove vi siano
effettivi strumenti di controllo sociale (ed una coscienza adeguata) sulla
scienza. E la "scienza" sarebbe un'altra cosa! Credo che a molti non
piaccia; e in fondo e'anche molto ideologico. Pero'ci sono problemi che
non ammettono scorciatoie; o in cui le scorciatoie sono illusorie. Intanto
potremmo cercare di rinunciare all'"autorita'" del "tecnico" che "sa" e
spezza il pane della scienza ai poveri ignoranti che "non sanno". Non dico
che voi, o noi lo facciamo: pero' questo e' l'atteggiamento della
"corporazione" scientifica (di cui, volento o nolenti, facciamo parte),
uno degli strumenti su cui fonda il proprio potere, e secondo me va
contestato a fondo (guardate cos'e' successo con le centrali nucleari!).
Basta, mi fermo qui. Ciao
Angelo Baracca

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Date: Fri, 12 Nov 1999 18:58:00 +0100
From: Franco Marenco <marenco@g24ux.phys.uniroma1.it>

Cari colleghi, sono d'accordo con Angelo Baracca che il fatto di dichiararsi
contrari a partecipare a ricerche di interesse dei militari e/o in
collaborazione con gli stessi sia ben poco significativo. Tanto meno
significativo lo sarebbe da parte di quegli scienziati che, per il tipo
di argomenti che trattano, o per avere altre fonti di finanziamento, non
si troverebbero comunque mai ad avere a che fare con i militari.

La verita' e' un'altra: e' la societa' che e' militarizzata. I militari,
negli stati "democratici", sono sempre sotto controllo di autorita'
civili, e queste ultime sono condizionate dalla cosidetta "opinione"
pubblica. Non ci si puo' arrabbiare con i militari se hanno bombardato
la Jugoslavia: e' in effetti un bene che i militari obbediscano agli ordini
dei civili, altrimenti saremmo in un regime di colonnelli!!! Se bisogna
prendersela con qualcuno, quel qualcuno e' tutto fra le autorita' civili
e "democratiche": governo e parlamento, stampa, "opinione" pubblica, ecc.

Troverei molto piu' scandaloso, per conto mio, collaborare o farmi
sponsorizzare dalle multinazionali, che non dalla difesa, che comunque,
bene o male, e' sempre un ente pubblico. E comunque, mi sono trovato,
nel corso della mia esperienza di ricerca, ad appoggiarmi a strutture
militari, ad usare dati militari, a partecipare a NATO Advanced Study
Institutes, eccetera. Non crediate che in quelle occasioni non mi sia
fatto scrupoli di coscienza. Ma poi, che liberta' puo' avere un precario
come me, di fronte alle scelte dei propri professori e/o direttori ?

E' un fatto che i militari gestiscono molti aspetti della nostra vita
civile: la pubblica sicurezza (carabinieri), la cartografia (ist. geogr.
militare, ist. idrografifco della marina), la meteorologia (aeronautica
militare), la navigazione satellitare (GPS), eccetera. Le ricerche svolte
dai militari in certi settori sono spesso all'avanguardia, ma poi talvolta
vengono "esportate" al civile, e noi tutti ne facciamo uso (anche
inconsapevolmente). Telecomunicazioni, internet, osservazioni satellitari
della Terra (buone per la gestione e la pianificazione del territorio e
per la prevenzione dei disastri, ma ovviamente anche per spiare e per
combattere, ecc...

Alberto Di Fazio ci ha istruiti sull'importanza strategica dell'effetto
serra e della guerra diplomatica e scientifica in corso intorno a questo
argomento. Ebbene, dal suo articolo traspare l'importante contributo dei
centri di ricerca militari statunitensi per lo studio di questa tematica.
Dovremmo voltare le spalle a questi scienziati, e rivolgerci invece alle
migliaia di civili che se ne fregano, che stanno a guardare, che evitano
deliberatamente ed accuratamente di gettarsi nella mischia per rimanere
"politically correct" ?

Io credo che la battaglia debba essere quella della FINALITA' della
scienza (esempio: la cartografia del territorio fatta dall'ist. geogr.
militare e' utile in se' e per se' anche per i civili). Inoltre,
fondamentale e' il nodo del CONTROLLO della scienza. Gli scienziati sono
i primi ad aver dimostrato di non meritarselo. La politica tanto meno.
I "mass media" hanno scelto di non prendere posizione e di creare "cortine
fumogene" di confusione intorno alla scienza. E allora, CHI deve poter
esercitare questo controllo ?

Credo che per affrontare qualunque questione bisogna "sporcarsi le mani",
cioe' gettarsi nella mischia e valutare i vari elementi dei conflitti
nell'ambito di un contesto globale. E questo contesto globale e' quello di
una societa' militarizzata ed incapace di reagire; obbediente e docile.

Rimanendo al di fuori dei conflitti e guardandoli dall'alto si possono
formulare mille sintesi semplificate ed eleganti, ma e' impossibile
comprendere!

Cordialmente,
Franco Marenco

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 LA RESPONSABILIT└ INDIVIDUALE


Date: Mon, 13 Mar 2000 20:11:37 +0100
From: Angelo Baracca <BARACCA@fi.infn.it>

Ho trovato la referenza completa.
Si, Rasetti "fu l'unico che rifiuto' di collaborare al progetto della
bomba a fissione per ragioni morali" (Battimelli, De Maria, introduzione
al libro con il manoscritto di Amaldi, Editori Riuniti).
Amaldi, rimasto in Italia, decise con gli altri fisici di Roma di
interrompere le ricerche sulla fissione perche' "il continuare a lavorare
su questo argomento significava sviluppare la nostra competenza ed
esporci al pericolo di venire invitati o costretti a lavorare allo
sviluppo di eventuali mezzi di distruzione", correndo il rischio di
contribuire "all'aumento delle capacita' distruttive delle Potenze
dell'Asse".
Ciao
Angelo
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 LA PERCEZIONE DELLA SCIENZA


Date: Wed, 05 Jul 2000 10:28:12 +0200
From: Paola Letardi <letardi@icmm.ge.cnr.it>

Perdonatemi se continuo ad investirvi di roba...ma mi sembrava utile
portare a conoscenza della lista alcuni spunti sulla "percezione della
scienza e della tecnologia" che sono venuti fuori nella lista no-omc, che
mi sembra possano arricchire la nostra riflessione (cfr sessione 1 del
convegno).
Saluti

Paola

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From: maurizio pagliassotti <pagliamaury@yahoo.com>
Delivered-To: mailing list noomc-it@egroups.com
Date: Tue, 4 Jul 2000 02:09:12 -0700 (PDT)
Subject: [noomc-it] Luddismo, errori umani, scienza e tecnologia.

Punto uno.
Un nuovo luddismo per la salvezza?
Difficile, affascinante ma difficile. Se c'Ď una
speranza per il futuro questa viene anche da un uso
appropriato delle scienza.
Al momento attuale l'uomo puĚ decidere quale sviluppo
economico e tecnologico dare al futuro. In questo
senso Ď perfetto.
Un solo piccole errore tecnologico puĚ causare una
catastrofe . Questo Ď tristemente vero.
Ma Ď prorpio il nostro ingegno e la nostra pseudo
superiorit┴ che ci permettono di poter agire nella
perfezione. L'ingordigia, l'ego, il denaro fanno si
che le applicazoni umane siano pericolose.
La tecnologia e la scienza non devono essere fermate.
Devono essere indirizzate e controllate da un
ritrovato potere civile, non politico. La politica Ď morta.
[...]
Saluti resistenti
Maury
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From: Tiziano Tissino <tissino@tin.it>
Delivered-To: mailing list noomc-it@egroups.com
Date: Tue, 04 Jul 2000 21:07:25 +0200
Subject: Re: [noomc-it] Luddismo, errori umani, scienza e tecnologia.

>Punto uno.
>Un nuovo luddismo per la salvezza?
>Difficile, affascinante ma difficile. Se c'Ď una
>speranza per il futuro questa viene anche da un uso
>appropriato delle scienza.
Non sono un luddista, ma tra i luddisti e i tanti patiti della tecnologia
ad ogni costo che vedo in giro, la mia simpatia va certamente ai primi.
Quello che dici mi va bene, ma ho come l'impressione che diamo due
significati diversi alle stesse parole. Cosa significa 'uso appropriato'
per te?
Per molti, significa investire migliaia di miliardi per ottenere un motore
pi¬ pulito, o per riuscire a intrappolare la potenza del nucleare in un
reattore 'intrinsecamente sicuro'. Cose all'apparenza senz'altro positive
ma che non colgono uno dei punti focali della questione: il controllo
sociale della tecnica e della scienza.
Per me, 'tecnologia appropriata' significa una tecnologia a basso impatto
ambientale ma anche una tecnologia sotto controllo. Non semplicemente sotto
il controllo dei 'tecnici', perchŇ poi qualcuno mi deve spiegare chi
controlla i 'tecnici', ma sotto controllo di chi usa e di chi subisce le
possibili conseguenze di quella determinata tecnologia.
La centrale nucleare pi¬ sicura di questo mondo crea comunque un'infinit┴
di altri problemi ed Ď in ogni caso un incredibile accentramento di potere
nelle mani di chi controlla quella struttura. Una serie di microturbine
eoliche o idroelettriche permettono uno sviluppo decentrato ed un maggiore
controllo sociale sulle risorse energetiche.
>Al momento attuale l'uomo puĚ decidere quale sviluppo
>economico e tecnologico dare al futuro. In questo
>senso Ď perfetto.
A livello di filosofia, puĚ anche darsi sia come dici tu. Nei fatti, il
numero di coloro che decidono quale sviluppo deve avere la tecnologia Ď
assai limitato, cos come Ď limitato il numero di coloro che saranno in
grado di utilizzarla e di trarne beneficio.
>Un solo piccole errore tecnologico puĚ causare una
>catastrofe . Questo Ď tristemente vero.
>Ma Ď prorpio il nostro ingegno e la nostra pseudo
>superiorit┴ che ci permettono di poter agire nella
>perfezione. L'ingordigia, l'ego, il denaro fanno si
>che le applicazoni umane siano pericolose.
Io resto molto perplesso, da questa impostazione 'positivista', per cui la
tecnologia Ď, in sŇ, neutrale ed Ď solo la cattiveria umana a renderla
pericolosa.
Il sistema di interrelazione Ď molto pi¬ complesso. Un uomo mite ha meno
probabilit┴ di mettersi a sparare tra la folla di un violento, ma un
violento disarmato Ď meno pericoloso di un bimbo innocente con una pistola
automatica in mano. E sarebbe anche interessante capire quante probabilit┴
in pi¬ ha quel bimbo di diventare violento, se cresce in mezzo alle pistole...
>La tecnologia e la scienza non devono essere fermate.
>Devono essere indirizzate e controllate da un
>ritrovato potere civile, non politico. La politica Ď morta.
Che la politica non sia in salute, Ď sotto gli occhi di tutti. Che sia
morta e sepolta, spero di no. E se anche cos fosse, spero possa comunque
risorgere. Quanto al fatto di mettere sotto controllo la tecnologia e la
scienza: ok, ma stiamo attenti, perchŇ il rischio Ď di farne una semplice
petizione di principio, o di limitarsi a controllare e mettere in
discussione la singola applicazione tecnica, accettando come scontato il
paradigma scientista ed economicista che la regge.
L'attuale ricerca 'scientifica' e tecnologica, fatte salve poche eccezioni,
Ď - direi quasi ontologicamente - fuori dalla portata di controllo da parte
della societ┴ nel suo complesso. Sia per la massa di soldi che muove, sia
perchŇ patrimonio di una ristretta cerchia di knowledge-workers. In queste
condizioni, dire che la tecnologia non va fermata ma pilotata Ď come
pretendere che un bimbo di tre anni alla guida di un bolide gi┴ lanciato
possa evitare lo schianto.
Per riportare la tecnologia e la scienza sotto controllo, Ď necessario che
queste siano profondamente ripensate a partire proprio dai loro fondamenti.
In questo senso, 'l'ingordigia, l'ego, il denaro' non sono dei banali
accidenti che infettano una cattiva scienza ed una cattiva tecnologia, ma
sono aspetti costituenti della scienza e della tecnologia cos come si Ď
sviluppata in occidente.
***********************
Tiziano Tissino
via Pola 3 - 33080 Porcia PN - Italy
e-mail: tissino@tin.it
***********************
... la gente non sar┴ guidata dalla macchina, nŇ programmata dal computer,
nŇ comprata dal supermercato, nŇ guardata dal televisore (Edoardo Galeano)
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From: "red*ghost" <red-ghost@libero.it>
Delivered-To: mailing list noomc-it@egroups.com
Date: Wed, 5 Jul 2000 04:26:17 +0200
Subject: Re: [noomc-it] Luddismo, errori umani, scienza e tecnologia.
 

> Punto uno.
> Un nuovo luddismo per la salvezza?
> Difficile, affascinante ma difficile.
Si appunto un nuovo/vecchio luddismo Ď l'unica soluzione compatibile che
l'umanit┴ puĚ permettersi. E' inconcepibile teorizzare la mondializzazione
dello "sviluppo" capitalistico/industriale (botek comprese), il pianeta non
lo reggerebbe.
L'alternativa sarebbe quella di una Ňlite che accederebbe ai prodotti (ed a
un tenore di vita) industriali e la maggioranza dell'umanit┴ dovr┴ essere
tenuta fuori da questo consumo con una guerra continua di alta e bassa
intensit┴.
Cosa che noi non potremmo mai accettare.
> Se c'Ď una speranza per il futuro questa viene anche da un uso
> appropriato delle scienza.
Ma quale scienza:
quella basata sul profitto che non permettersi di vagliare le compatibilit┴
con la natura e ricerca il profitto massimo ed immediato che poi ci pensa la
tecnologia a rimediare. Una tecnologia (che come la scienza NON E'
NEUTRALE), che nasce appunto dal profitto e di questo fa il suo fine, puĚ
realmente rimediare ai danni che essa stessa produce e dai quali riesce a
generare nuovi profitti? Si pensi agli interventi per tentare di porre
rimedio ai disastri ecologici o ai farmaci che tentano di curarci dalle
malattie che quella scienza/tecnologia ci regala. In nessun caso questo
modello di "sviluppo" ha tentato di rimuovere le cause ma ha sempre trovato
il modo di renderle accettabili a noi tutti. Emblematico Ď il caso dei
rifiuti che vengono accettati come inevitabili e si dibatte su come
smaltirli ma mai ci pone il problema di NON produrli pi¬. Eliminando gli
imballi, ad es., si ridurrebbero i rifiuti urbani del 90% (se non di pi¬).
C'Ď una concezione della scienza ascetica, al di sopra delle parti. Una
concezione ideologica cos diffusa che per pubblicizzare un dentifricio si
ricorre ad un signore (medico/scienziato) in camice bianco. Ed Ď sempre la
scienza occidentale (quella che ha prodotto i mezzi tecnici per lo sterminio
di massa) che viene presa come esempio di civilt┴ e di progresso. Non viene
considerata, invece, ogni altro tipo di scienza non occidentale che non
abbia vistosi sistemi di tecnologici produttori di merci per il consumo
veloce e quindi di altri rifiuti (dove vanno a morire i TV, i computer, i
telefonini "superati" anche se perfettamente funzionanti?). Solo le
multinazionali capitaliste sanno apprezzare quella scienza al punto di
doverla rubare con i brevetti, clonare nelle fabbriche, farla divenire merce
e distruggerla assieme alle culture che l'hanno generata. A noi interessa la
benzina a buon mercato, autostrade veloci, ecc. Nasciamo nel cemento,
coltiviamo nei supermercati, respiriamo veleni, corriamo anche quando
viviamo il tempo libero, confondiamo produttivit┴ con profitto, vita con
frenesia..... e questo modello l'accettiamo. Vorremmo, forse, migliorarlo ma
non Ď non Ď migliorabile Ď sbagliato, le sue radici sono radicate nella
distruzione, nell'egoismo. Va ripensato. Per la nostra stessa sopravvivenza
Ď oggi imperativo il processo per la costruzione di una nuova civilt┴ basata
su una scienza che abbia le sue radici nelle "antiche" scienze compatibili
con il nostro pianeta, che sappia fare a meno del consumo coatto e della
realizzazione attraverso esso.
Collettivo RED GHOST

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RED GHOST
materiali per la controinformazione e la lotta
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Email: red-ghost@libero.it
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Web: http://www.ecn.org/estroja/
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Date: Wed, 5 Jul 2000 22:02:13 +0200
From: "Antonino Drago" <drago@unina.it>

Cara Paola,
per qualificare
meglio i nostri dibattiti occorrerebbe tener presente che dagli anni '70 c'Ď
stata una chiarificazione cruciale: non si tratta pi¬ di discutere della
alternativa su cui si Ď impantanato il marxismo (che poi Ď andato ad
accettare la catena di montaggio e la bomba nucleare): o progresso
scientifico e tecnologico o luddismo. Il dibattito scientifico sul problema
energetico, problema basilare costitutivo della organizzazione sociale, ha
mostrato che ci sono DUE MANIERE di risolverlo (anche se l'ENEA e l'ENEL
hanno fatto finta di non saperlo; e in gran parte anche la sinistra): o con
le energie esauribili o con le energie rinnovabili; o meglio, messo in
termini scientifici: o con la termodinamica (e il suo principio
dell'entropia crescente) o con la scienza nucleare che va dietro il sempre
pi¬ piccolo e il sempre pi¬ grande, come se dietro queste prospettive ci
fosse una grande prospettiva filosofica (cos come pensano i ragazzini).
E' evidente che i nucleari hanno perso la prima fase della loro
programmazione (e non solo per la paura della gente o per i costi crescenti
del nucleare); ma, protetti dalla politica anche del socialismo reale, sono
riusciti a non fare sviluppare la programmazione energetica alternativa in
nessuna parte del mondo; con il che fanno finta che siamo ancora nel
dualismo o tutto o nulla, nella unidimensionalit┴ inevitabile dello sviluppo
tecnologico; quando invece c'Ď la possibilit┴ di cambiare sviluppo
scientifico e tecnologico, ma assieme al modello di sviluppo; cioŇ assieme a
condizioni politiche adatte. Qui la sinistra che ripropone le centrali
nucleari (alla Ippolito prima o alla Schroeder oggi) Ď uno dei massimi
elementi di confusione politica. Lo stesso si puĚ ripetere con i problemi
ecologici, che non sono risolubili con il semplice ritorno allo sviluppo
tecnologico tipico dei cavernicoli, ma ha alternative intrinseche. Questo
vale anche per la biotecnologia, come gi┴ indica in parte il libro di
Rifkin, Il secolo biotecnologico e lui gi┴ sta sperimentandola con battaglie
di tipo giuridico.
Che l'alternativa non sia ancora chiara per il nuovo problema della
biotecnologia non significa che non ci sia stata una alternativa al nucleare
e non ci sia per tutto il resto della ricerca scientifica. Per questo
propongo di incominciare a puntellare questa alternativa con la
autodeterminazione del ricercatore (quello che ha potuto fare Di Fazio). E
bisognerebbe proseguire proponendo la sua internazionalizzazione, sotto
egida Unesco; in modo da tagliare gran parte dei legami robustissimi tra
ricerca civile e ricerca militare che ora vengono mantenuti con la scusa che
siamo in testa alla ricerca scientifica civile.
Tonino Drago

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Date: Thu, 06 Jul 2000 13:20:20 +0200
From: Mauro Cristaldi <Mauro.Cristaldi@uniroma1.it>

Carissimi,
ritengo che le tematiche sollevate da Paola Letardi e riprese oggi da
Tonino Drago vadano affrontate con il massimo interesse perchŇ ancora
costituiscono le tematiche comuni da cui partono tutti gli altri problemi
(nei termini abusati ma sintetici del marxismo esse costituiscono la
contraddizione principale). La rivisitazione storica delle vicende dell'uso
dell'energia (e quindi anche dell'uso lavoro umano) proposte da Drago
permettono di riconsiderare criticamente nel contesto globale le direttive
in cui si sono mossi i paesi formalmente di osservanza marxista, che spesso
hanno funzionato da volano per certe tendenze tecnologiche che invece
corrispondevano a scelte effettuate dal campo avverso, riproponendo quel
sistema di botta (capitalista) e risposta (sinistra) che ci ha portato
all'attuale fase di oggettiva insubordinazione che investe quasi tutti i
paesi del mondo. Anzitutto mi sembra il momento in cui il marxismo stia
riuscendo finalmente a divenire una metodologia utile ma non escludente ed
esclusiva per la comprensione della realt┴; il che gi┴ sembra stia portando
nei fatti ad un arricchimento in termini politici e numerici verso coloro
che in buona fede partono da impostazioni ideologiche diverse (non pi¬
vilipesi come reazionari, bigotti, antirivoluzionari, ecc.). Nello stesso
tempo questa risultante storica di una vera sinistra dovrebbe riuscire a
porre dei paletti concreti per evitare quelle deleterie contaminazioni di
cui parla Drago per le tecnologie (Ippolito, Schroeder), alle quali
aggiungerei, tra i pi¬ manifesti, D'Alema, Bonino/Pannella, Rutelli,
Cohn-Bendit, Sofri, Bobbio, ecc., ecc. per la politica di tutti i giorni,
cioĎ verso quella ridda di personaggi che costituisce la fascia
d'ibridazione dell'ambiguit┴ tra scelte a favore di un sistema di
oppressione globale e scelte dirette al ribaltamento delle attuali tedenze
politico-tecnologiche (una volta si chiamavano sinteticamente
opportunisti). Purtroppo l'individuazione precoce di tali personaggi non Ď
facile e puĚ dar adito ad equivoci in assenza di un sistema di controllo
volutamente non rigido (superamento del partito leninista); io credo che la
vigilanza diffusa e la scomparsa del leader siano ottimi sistemi di
garanzia e di attenuazione del fenomeno del carrierismo politico,
soprattutto laddove non Ď richiesto, il quale ci ha portato all'emergere
dei peggiori, cioĎ dei pi¬ adeguati al sistema peggiore.
Spero quindi che il dibattito prosegua arricchendosi del contributo di molti.
 

Saluti a tutti,
Mauro Cristaldi
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 IL NOSTRO RUOLO COME SCIENZIATE/I

Date: Wed, 19 Jul 2000 12:23:40 +0200
From: Paola Letardi <letardi@icmm.ge.cnr.it>

Carissimi,
quest'estate non si riesce proprio ad andare in vacanza ...;-)
Vi giro questo appello per un'azione presso tutti i governi per dare forza
all'opposizione al progetto dello scudo spaziale.
Io sono a tappo...ma non vedrei male un testo firmato "Scienziate e
scienziati contro la guerra" e inviato ai nostri ministri della difesa e
degli esteri....
Ciao

Paola
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Date: Thu, 20 Jul 2000 15:25:29 +0200
From: "Angelo Baracca" <baracca@fi.infn.it>

Sono d'accordo sulla proposta di Paola di un testo inviato ai ministri
della difesa e degli esteri. Pero', se siamo un Comitato di Scienziate/i
contro la guerra" forse dovremmo cercare di fare anche qualcosa di piu'. Per
esempio, una lettera ai giornali, per sensibilizzare l'opinione pubblica.
Non so se, di questi tempi (magari a settembre), si potrebbe anche pensare
di organizzare una conferenza stampa nazionale, a Roma.
Per ora ciao (per almeno alcuni giorni non saro' reperibile, perche' ho
un problema di famiglia in Romagna: alla settimana prossima)
Angelo

Ritorno sul messaggio che ho spedito mezz'ora fa in risposta alla proposta
di Paola letardi. Ci ho ripensato e avrei una proposta ulteriore. Ricordo
quando negli anni '80 c'era il problema dei missili a Comiso: scrivemmo un
documento sul quale raccogliemmo firme nelle universita' e nei centri di
ricerca (non ricordo se fu solo tra i fisici): arrivammo ad 800 firme e lo
presentammo all'opinione pubblica e al Governo.
E' pensabile promuovere ora una cosa simile? Io potrei impegnarmi a scrivere
una bozza di documento in agosto (faro' le vacanze stando qui nei paraggi),
tanto devo scrivere un articolo sullo stesso argomento anche per "Giano":
in settembre potremmo lanciare la campagna di firme.
Pensateci un momento, ciao
Angelo
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Date: Thu, 20 Jul 2000 17:56:06 +0200
From: Marco Cervino <M.Cervino@isao.bo.cnr.it>

Concordo con l'idea di fare qualcosa di piu' che una petizione per una
posizione che il ministro avrebbe gia' fatto sua (anche se per ragioni
probabilmente diverse da quelle di molti di noi, temo).
Certo serve anche poter dire "ci siamo e otteniamo qualcosa...".

Ma forse si puo' chiedere di piu':
per esempio: far impegnre i ministri a stanziare una somma a favore di
progetti (da mettere a bando) su (mi sto ispirando alla pagina di Drago):
- fattibilita', esperienze pilota della difesa popolare nonviolenta su varie
scale (Italia-Europa-ONU).
- Osservatorio sugli interessi militari che coinvolgono la ricerca
scientifica: sviluppo di indicatori su trasparenza democratica dei piani di
ricerca e indipendenza (intellettuale, finanziaria).

Per la definizione del bando si potrebbe proporre "Scienziati/e .. come
consulenza.
Per la somma, si puo' proporre una cifra uguale a quanto si apprestano a
mettere in Finanziaria per l'Eurofighter (piccoli aerei crescono ...), o piu'
ragionevolmente qualche megaEuro.
Troppo pesante?

Marco Cervino
fisico / physicist

Consiglio Nazionale delle Ricerche, CNR-ISAO, (ex IMGA e FISBAT)
Istituto di Scienze dell'Atmosfera e dell'Oceano
v. Gobetti 101, Bologna I-40129 Italia
TEL +39 051639-9579 FAX -9649
e-mail M.Cervino@isao.bo.cnr.it
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Date: Thu, 20 Jul 2000 21:46:39 +0200
From: Mauro Cristaldi <Mauro.Cristaldi@uniroma1.it>

Carissimi,
ritengo l'idea di Marco Cervino veramente illuminante per consentire
alle concrete iniziative a sostegno della pace di camminare sulle proprie gambe,
anche per evitare che tali iniziative ricadano sempre economicamente sulle
esauste casse dei pacifisti, che abitualmente pagano i danni di guerra
commessi da altri (vecchia abitudine ormai inveterata anche nella gestione
ambientale). Adottando la strategia Cervino si dovrebbero dirottare le
spese per la cosiddetta Difesa (che ormai si dovrebbe chiamare pi¬
appropriatamente Offesa) verso iniziative di pace magari gi┴ in parte
istituzionalizzate: ritorno ossessivamente sui Corpi di Pace, di cui la
nostra rete potrebbe divenire consulente ufficiale.
E' pur vero che, se dovessero cominciare a girare soldi, vigilanza e
controlli interni dovrebbero aumentare, in quanto, se la ricerca
istituzionale costa, in feedback con aberranti attivit┴ produttive
(tecnologie spaziali, nucleari, elettroniche, belliche, biologiche), la
ricerca alternativa, volta a risolvere la reversibilit┴ di sistemi ormai
troppo compromessi, credo debba costare ancora di pi¬; quindi credo che
qualche megaEuro sia ancora troppo poco. Chiss┴ allora se sar┴ di nuovo la
"nuova" dirigenza italiana a permettere la trasformazione della strategia
teorica di Scienza & Pace in pratica strategica!
Un grazie a Paola, ad Angelo e a Marco che sollecitano ancora i nostri
stanchi cervelli a pensare.
Ciao, Mauro

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Date: Sat, 22 Jul 2000 09:37:43 +0200
From: elisabetta donini <donini@agraria.unito.it>

Mi associo ai consensi e integrazioni rispetto alla proposta di Angelo.
Credo che sia un ottima cosa che Angelo inizi a scrivere un documento e
che su questo chi puĚ e sa faccia varianti e commenti; dopo di che, a
settembre potremo prendere iniziative.
Mi pare essenziale che il Comitato cerchi di agire tanto all'interno
degli ambienti scientifici quanto nel 'mondo esterno', ma sono convinta
che la capacit┴ di avere voce anche a livello politico non dipenda
solamente da quante firme raccogliamo nelle universit┴ e centri di
ricerca nŇ dalle eventuali adesioni di personaggi particolarmente
riconosciuti come autorevoli.
Conta che una nostra presa di posizione possa essere percepita nel
quadro di uno spostamento significativo delle opinioni diffuse.
Per chi Ď pi¬ anziana/o, vi ricordate gli anni '80 e il nucleare? Epico
il confronto Mattioli-Amaldi (nel senso che Ď rimasto nella memoria
collettiva come un punto di svolta), ma decisivo fu che attorno a eventi
di quel genere si animĚ tutto un movimento capillare che raggiunse la
generalit┴ delle persone, fino al successo del referendum.
Credo anche che sarebbe molto importante che un Comitato come il nostro
lavorasse per una ripresa ampia della consapevolezza che sono le
cittadine e i cittadini (possibilmente con un'estensione non
etnocentrata di questa nozione) a dovere e potere decidere delle scelte
essenziali.
Saluti e buona estate a chi va in vacanza, a chi lavora, a chi unisce le
due attivit┴
Elisabetta Donini
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 SCIENZE STRATEGICHE


Date: Mon, 20 Dec 1999 21:53:41 +0100 (MET)
From: Andrea Martocchia <martok@sissa.it>

Mi e' stato forwardato il seguente messaggio, che mi sembra chiarire
piuttosto bene il meccanismo diabolico avviatosi tra certi settori
accademici e certi settori militari in virtu' della legge 464/97 (vedasi
sotto). Manca solo l'analisi del ruolo di un certo tipo di ONG
"governiste", pure esse impegnate nella collaborazione con i militari in
"missioni di pace", ed il quadretto del nuovo militarismo dalla faccia
pulita sarebbe completo...

Andrea

_______________________________________________________
Ai matematici italiani
Ai colleghi di PR

Invio alcune considerazioni su un tema. a mio avviso delicatissimo, non
noto, per˛, ai pi¨.
CordialitÓ
Mangione

L'ESERCITO DEGLI AMBASCIATORI A DIFESA ..... DELLA CULTURA

L'ex rettore dell'UniversitÓ di Modena e Reggio, mentre era in carica,
Ŕ stato nominato "cadetto ad honorem" dell'Accademia Militare di Modena;
all'ex comandante Generale dell'Accademia Militare di Modena Ŕ stata
assegnata, mentre era in carica, la laurea "ad honorem" in giurisprudenza.
Le UniversitÓ di Modena e di Torino, tramite le FacoltÓ di Giurisprudenza e
di Scienze politiche, hanno istituito il Diploma e la Laurea in Scienze
strategiche; la Accademia di Modena iscrive i propri cadetti, con fondi
dello Stato, cosi' come con i medesimi fondi li stipendia, oltre a
mantenerli, per tutto il periodo di permanenza all'accademia, alla
UniversitÓ di Modena; ai medesimi, ad esclusione dei pochi che seguono i
bienni propedeutici di corsi tipo Ingegneria o Medicina o Veterinaria
(guarda caso...!), a fine accademia oltre ad essere garantita la carriera
militare, Ŕ di fatto fornita la laurea in Scienze strategiche (di primo
livello a Modena, come ovvia estensione del sopra citato Diploma, la
successiva a Torino). Pu˛ essere interessante constatare che i primi
laureati in tale qualificato corso di Laurea si sono avuti nel momento
medesimo della istituzione della prestigiosa laurea: il Capo di Stato
Maggiore dell'Esercito, l'Ispettore delle Scuole dell'Esercito. A ruota, in
una sorta di riconoscimento generalizzato a posteriori, sembra che tale
laurea sia in corso di assegnazione (d'ufficio?) a molti ufficiali in ruolo
effettivo da un certo grado in poi (in virt¨ della citata 464/97, che di
fatto riconosce la possibilitÓ di dare titoli di studio del tipo laurea a
chi, nelle forze armate, abbia (non si capisce con il parere di chi) un
curriculum di "fatto" simile ai contenuti previsto dai piani di studio di
questi nuovi corsi di laurea!). E pensare che in questo Paese si disturba
il Parlamento per dare la Laurea postuma ad un qualche studente che abbia
sostenuto tutti gli esami del proprio regolare corso di laurea!!!!!
In simultanea l'Accademia Navale di Livorno, tramite la FacoltÓ di scienze
politiche della UniversitÓ di Firenze, cerca di ottenere un nuovo indirizzo
di laurea in Scienze politiche, Scienze politiche ad indirizzo tecnologico,
riservato ai cadetti della accademia citata: Ŕ indubbio che nonostante un
primo parere negativo del C.U.N. il tutto giungerÓ a buon fine.
Per la Guardia di Finanza, per non essere da meno, la UniversitÓ
dell'Aquila ha realizzato, per ora, un Diploma in Scienze
dell'Investigazione.
Come puntualmente previsto, al C.U.N. Ŕ pervenuta la richiesta di
equipollenza della laurea in scienze strategiche con le "lauree che
consentono l'accesso a concorsi per la Guardia di Finanza": il C.U.N. si Ŕ
limitato a dichiarare "irricevibile" la questione visto, fra l'altro, che
al C.U.N. mai giunse richiesta di parere per la istituzione medesima della
laurea citata e che al medesimo non sono note le lauree a cui la domanda
faceva riferimento.
Questi i fatti.
E' evidente il disegno generale innescato, impropriamente a mio avviso,
dalla possibilitÓ ed opportunitÓ che la legge (D.L. n. 464/97) riconosce
alla creazione di protocolli di intesa fra Accademie militari ed UniversitÓ
(e che in ogni caso per la applicazione avrebbe dovuto attendere un decreto
ministeriale non ancora realizzato), anche se risulta singolare che tali
inputs con le conseguenti, a volte bizzarre, determinazioni, prendano corpo
proprio ora che l'esercito intende configurarsi, a detta di vari generali
comandanti dell'Accademia Militare di Modena, come corpo di "ambasciatori
di pace", oltre che tendere a divenire un corpo, come Ŕ nelle
determinazioni ufficiali di Esecutivo e Parlamento, di professionisti;
strano che il prurito per dotare a tutti i costi di una laurea ufficiali e
sottufficiali e, guarda caso, con un "Scienze" davanti, si intensifichi
alla vigilia di eventi di tale tipo e quando Ŕ posto in discussione, stante
le rivoluzioni in atto, il valore legale stesso dei preesistenti e
sperimentati titoli di studio.
Non possono non sorgere svariati ed inquietanti interrogativi.
Sembra anzitutto evincibile che con tali scelte di campo ("ambasciatori di
pace" -non sostitutivi, per˛, dei tradizionali "alti personaggi" della
Farnesina - al 90% "laureati" in corsi di laurea afferenti a Giurisprudenza
o a Scienze politiche) le forze armate italiane nel volgere di non molti
anni dovranno ricorrere, per le competenze tecnico-scientifiche che
attualmente caratterizzano, e che sempre pi¨ caratterizzaranno, l'uso degli
apparati militari, a personale adeguatamente istruito ed evidentemente di
provenienza non militare! Curioso un esercito che possa dare l'idea di un
struttura che si prefigura "non autosufficiente" nella utilizzazione
strategica ed operativa dei suoi apparati pi¨ sofisticati; ma tant'Ŕ, visto
che si sente declamare che "non deve essere compito degli ufficiali quello
di decifrare ed applicare le istruzioni dei manuali" e che non risulta,
per˛, che almeno la redazione di quei manuali sia effettuata dagli
ufficiali medesimi!
Potrebbe per˛ osservarsi che tali operazioni conducono, finalmente, ad un
risparmio per lo Stato: le strutture universitarie esistono giÓ, tanto vale
usarle per le Forze Armate; non Ŕ cosý, perchÚ la Accademia di Modena
dirotta alla UniversitÓ di Modena-Reggio lo stanziamento che utilizzava per
pagare i corsi universitari (incarichi) che prima si svolgevano presso la
Scuola d'Armi dell'Accademia; i corsi medesimi, ora sotto la nuova egida e
con buona pace per la gloriosa Scuola d'Armi dell'Accademia, sono ancora
effettuati (come supplenze bandite dalla UniversitÓ di MO-RE) all'interno
dell'Accademia ad uso esclusivo, oltre che a "conformazione" esclusiva, dei
cadetti.
L'operazione, quindi, si trasforma in un finanziamento, perlomeno anomalo,
delle UniversitÓ che promuovono tali iniziative, oltre che nella possibile
creazione di vie privilegiate a titoli dai contenuti e di utilitÓ
problematici. Il finanziamento Ŕ poi certo e continuativo! Inutile dire che
le percentuali di abbandoni degli studi (circa lo 0%) e del "buon esito"
(circa il 100%) dei medesimi in tali contesti sono cose da altre galassie
rispetto al 70% di abbandoni che caratterizza la vita universitaria degli
studenti che vivono nell'universo usuale: l'organico degli ufficiali delle
varie armi e forze deve pur essere in qualche modo garantito ....!
E allora sorge l'inquietante interrogativo del trattamento omogeneo fra
studenti iscritti alle istituzioni universitarie della Repubblica! Tali
istituzioni esistono da tempo; alcune sono pi¨ che millenarie; negli ultimi
tempi le tipologie dei corsi ufficiali sono andate moltiplicandosi oltre
ogni ragionevole limite; possibile che questa enorme varietÓ di offerta non
potesse essere utilizzata adeguatamente anche dai cadetti delle accademie?
Possibile che per loro debbano crearsi corsi ad hoc? PerchÚ proprio per
loro oltre alla carriera, la preparazione alla medesima pagata, gli studi
fatti in Accademia pagati, deve garantirsi a tutti i costi anche un titolo
legale anomalo rispetto ai preesistenti a disposizione dei normali
cittadini (e che non garantisce nessun impiego e tantomeno nessuna carriera
semiautomatica)? La particolaritÓ degli studi effettuati non rientra forse
di giÓ nella qualifica di "ufficiali" effettivi delle varie armi che ai
cadetti Ŕ garantita, con la conseguente carriera (sottotenenti, tenenti,
tenenti capitani, tenenti maggiori, tenenti colonnelli, colonnelli,
generali ad una, due, tre stelle), in parte automatica, alla fine dei corsi
delle Accademie militari?
Un altro interrogativo meno peregrino di quanto si possa a prima vista
ritenere(basta fare un poco di conti specie con riferimento ad UniversitÓ
non grandissime), nasce dall'inquinamento che un elevato numero di lauree
quasi certe per la totalitÓ degli iscritti (siamo, appunto, in un'altra
galassia) inducono nei dati statistici tanto cari alle attuali gestioni
ministeriali, in virt¨ dei quali si bacchettano o si premiano i
comportamenti virtuosi anche delle istituzioni: fatta la legge, trovato
l'inganno ?
Per i corsi di laurea istituiti, grazie alle ben note sanatorie relative
anche a eventuali schizofrenie realizzate in varie universitÓ l'anno
passato, non Ŕ stato nemmeno richiesto il parere del C.U.N. Meglio cosý,
poichÚ per i diplomi accesi per i quali il C.U.N. ha dato un parere non
contrario a priori ma con una rilevante sequela di condizioni, le
condizioni poste al parere favorevole alla sperimentazione sono state
sistematicamente ignorate e non poste in atto.
Resta il rilevante problema dell'avere tacitamente elevato a livello
universitario svariate materie militari, non si sa a quali raggruppamenti
afferenti e non si sa da che referee giudicabili. Interverranno i soliti
autoreferee interni con le "promozioni" sic et simpliciter di vari
ufficiali a "professori universitari": due piccioni con una fava,
splendido! Non per nulla ci sono alti ufficiali che fra una onorificenza e
l'altra vanno gloriandosi di avere finalmente elevato al rango di
"professori" universitari i propri ufficiali.
Probabilmente scelte di tale tipo andrebbero meglio ponderate ed, in ogni
caso, effettuate da un organo adeguato e non lasciate ai vivaci stimoli
indotti dalla recente sindrome neopseudoautonomistica disordinatamente
diffusa da illuminate quanto confuse iniziative ministeriali, tradotti in
termini operativi, si fa per dire, grazie all'improvvisato dirigenzialismo
di tanti rettori oltre che dalla repentina vocazione liberista degli
attuali gestori del Paese.
Tutto ci˛, ovviamente, nulla ha a che vedere sul poco dignitoso trattamento
economico in atto per buona parte delle Forze armate; anzi, una infelice
leggina ha accomunato, quando la onnipotente dirigenza pubblica non era
contrattualizzata, parte delle Forze armate con la docenza universitaria
nella non fruizione di trattamenti riservati a tale dirigenza. L'inusuale
legame di militari e docenza universitaria si Ŕ perpetuato, fra l'altro,
con il mantenimento delle due categorie al di fuori anche di una modesta
parte degli esagerati, e non noti ai pi¨, trattamenti economici consentiti
dal Governo per la dirigenza (recentemente corroborati da un aumento del
30%).
Viene proprio da chiedersi se non si sia inteso sanare un inadeguato
trattamento economico con l'eventuale rilascio di nuovi e fantasiosi titoli
di studio e se non sia da formulare un sentito ringraziamento alle FacoltÓ
di Giurisprudenza e Scienze politiche per i fattivi interventi tramite i
quali consentire alle forze armate di estendere la loro funzione di difesa
anche alla cultura del Paese.
La portata e la natura del disegno in atto, in ogni caso, vedrebbe nel
Parlamento l'organo adeguato a meglio precisare e a gestire in modo
uniforme la questione e non, mediante richiesta di pareri da parte di certe
UniversitÓ a cose fatte, il C.U.N. . Tale organo potrebbe invece costituire
momento di rilevante supporto, anche propositivo, al Parlamento medesimo,
al fine di garantire adeguati contenuti e articolazioni coerenti anche ad
eventuali nuovi corsi di laurea. Questi ultimi, se istituiti (sembra
abbondino neo "scienze strategiche" nei formulandi "Decreti d'Area"), non
devono rischiare di divenire titoli di fatto ghettizzanti o dai contenuti
sfuggenti capaci di mettere di buon umore chiunque dei medesimi senta
parlare, o titoli "by pass" usati per consentire, di fatto, agli stessi la
valenza di altri in virt¨ di premeditate equipollenze fra titoli, punitive
per chi con fatica ha ottenuto per via diretta i titoli "di arrivo".
Vittorio Mangione
Consigliere C.U.N.

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From: "Antonino Drago" <drago@unina.it>
Date: Tue, 21 Dec 1999 23:26:02 +0100
 

Cari amici, a proposito del messaggio forwardato da Martocchia sulle
"Scienze strategiche", aggiungo che E8 dal '95 che denuncio che la Acc.
Aeronautica si E8 convenzionata con la Fac. di Scienze Politiche per un
corso interno, i cui docenti sono tutti di nomina dell'Accademia, salvo
poi fare la tesi all'UniversitE0. Ho il testo della convenzione, che
recita che i cadett debbono avere un ruolo dirigenziale nella societE0.
Non ho avuto ulteriori di quante lauree siano state distribuite.
Il paradossale E8 che tutto questo E8 avvenuto quando la delega alle
UniversitE0 E8 stata affidata a Luciano Guerzoni, noto pacifista e
obiettore fiscale alle spese militari. Nel settembre 95 inviai una
lettera aperta, che il Manifesto non pubblicF2, per casomai rispondere
pan per focaccia alla invasione del civile da parte dei militari (che
ora sono tutti multiruolo, guerra polizia e pace tutti assieme): far
aprire le Accademie, diventate delle vere e proprie UniversitE0, agli
studenti civili; per lo meno si renderebbe traspoarente quella gestione;
nE9 ci sono segreti militari da nascondere, perchE9 la strategia la
insegnano in luoghi speciali (e poi come?). Ma non ebbi risposta.
Cari saluti
Antonino Drago

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Date: Mon, 28 Feb 2000 16:35:35 +0000
From: "Valeria Chiado' Piat" <vchiado@polito.it>
Date: Mon, 28 Feb 2000 13:29:10 +0100
From: Vittorio Mangione <mangione@prmat.math.unipr.it>
Subject: NotCun48(23-24)febb-2000
To: Lista destinatari soppressa <mangione@prmat.math.unipr.it>
Reply-to: mangione@prmat.math.unipr.it
MIME-version: 1.0

Parma, 28-02-2000

Ai Matematici italiani
Ai colleghi della Universita' degli Studi di Parma
Loro Sedi

Invio il resoconto n. 48 della sessione ordinaria C.U.N. dal 23 al 24
febbraio 2000.
Il resoconto e' personale, non ufficiale e non necessariamente
completo. Per essere tempestivo e' esposto a qualche inevitabile errore
di forma e contenuto.
Raccomando di consultare il sito web ufficiale del C.U.N.
http://www.murst.it/cun/ dove sono accessibili i documenti e i verbali
ufficiali.
Invio il resoconto come comunicazione personale e in osservanza della
legge 675/96 sulla tutela dei dati personali.
Chi non avesse interesse a riceverlo per favore risponda scrivendo nel
"Subject" <NO NotCun> e il tuo indirizzo sara' cancellato dalla lista.
Cordialita'
Mangione
 

*******************************************************

NotCun n. 48 (23-24)febb-2000
Resoconto della sessione dei gg. 23-24 febbraio 2000
(...)

Sulla Questione delle "Scienze strategiche" il C.U.N. ha approvato alla
unanimitÓ il documento che vi ho giÓ sottoposto nel comunicato
precedente e che di seguito ripropongo:

COMMISSIONE II
QUESTIONI CONCERNENTI LE ISTITUZIONI DI CC. DD. LL. 
RISERVATI AGLI UFFICIALI DELLE FORZE ARMATE

Si da' lettura del documento proposto dalla Commissione II.
Intervengono i Consiglieri SURACE e BRUNO.
Posto in votazione, il documento viene approvato all'unanimitÓ dal
Consiglio come Parere Generale n. 40 e di seguito trascritto:

"IL CONSIGLIO UNIVERSITARIO NAZIONALE
ha preso in esame, in pi¨ riprese, richieste di attivazione di corsi
universitari dedicati alla formazione di Ufficiali e Sottufficiali delle

Forze armate. In particolare, nell'ambito e nei limiti della legge 14
gennaio 1999, n.4, ha espresso parere favorevole, con osservazioni e
condizioni, alla proposta di istituzione di un Diploma universitario in
Scienze strategiche da parte dell'UniversitÓ di Modena e Reggio Emilia,
riservato alla formazione dei cadetti dell'Accademia militare (adunanza
del
26 febbraio 1999) e di un diploma in Scienze investigative da parte
dell'UniversitÓ dell'Aquila, riservato agli allievi sottufficiali della
Guardia di Finanza (adunanza del 18 novembre 1999).
Oltre a ribadire quanto giÓ espresso nei su citati pareri e in attesa di
esaminare il decreto ministeriale che, ai sensi del D.L. 464 del 28
novembre 97, dovrÓ disciplinare la definizione dei corsi universitari
adeguati alla formazione degli Ufficiali delle FFAA, il CUN ritiene
utile e
urgente sottoporre al sig. Ministro le seguenti osservazioni:
a - Il D.L. 464/97, all'art.2 comma3, delega a specifiche convenzioni
da
stipularsi tra UniversitÓ e Accademie e Istituti militari di istruzione
superiore il compito di regolamentare l'utilizzo di docenti delle
Accademie
e degli Istituti militari per "specifici insegnamenti" e di normare la
concessione di titoli universitari agli Ufficiali in servizio
all'entrata
in vigore della legge stessa, previa verifica del superamento "del
previsto
ciclo di studi presso le Accademie e gli Istituti militari di istruzione
superiore".
Il CUN osserva che:
Ě PoichŔ all'UniversitÓ spetta la responsabilitÓ didattica dei corsi
universitari, appare necessario che sia garantito ad essa l'esercizio
del
diritto-dovere di verificare, sulla base dei curricula, le competenze
dei
docenti esterni cui affidare insegnamenti che concorrono in maniera
determinante alla formazione attestata da un titolo di studio
universitario.
Ě La concessione di titoli universitari, che conservano a tutt'oggi
valore
legale, Ŕ l'atto conclusivo di un percorso di studi universitari; solo
la
procedura "honoris causa", riservata ad un numero molto limitato di
personalitÓ di elevatissimo profilo scientifico, permette la concessione
di
un titolo universitario al di fuori del percorso curriculare. Il
riconoscimento delle equipollenze di titoli universitari necessita di un
parere da parte del CUN.
Nella fattispecie, occorre, pertanto, almeno prevedere con chiarezza gli
ambiti di possibile corrispondenza tra gli studi seguiti dagli Ufficiali
in
servizio prima della emanazione del D.L. 464/97 e i nuovi percorsi
universitari che verranno stabiliti dal Decreto ministeriale in via di
approntamento, nonchŔ i possibili debiti formativi che si rendesse
necessario recuperare.
Il CUN ritiene comunque indispensabile poter esprimere il proprio parere
sulle modalitÓ di riconoscimento degli studi pregressi utilizzabili ai
fini
del rilascio di titoli universitari, affinchÚ le convenzioni tra
UniversitÓ
ed Enti Militari vengano stipulate sulla base di chiari ed uniformi
criteri
generali.

b - Appare opportuno che, nell'ambito del decreto, venga chiarito il
raccordo tra tempi della formazione militare e tempi della formazione
universitaria, ora imperniati sul modello 3 + 2 (laurea e laurea
specialistica), cosý come il significato della dizione "corsi
corrispondenti", che, nel D.L. 464/97, indica quei corsi universitari
attivati in UniversitÓ diverse da quelle in convenzione, ai quali pu˛
iscriversi lo studente-cadetto che non abbia concluso gli studi nei
tempi
previsti, avendo riconosciuti "gli esami sostenuti con esito positivo".

c - Appare infine utile che venga chiarito il rapporto tra corsi
universitari riservati o dedicati agli Ufficiali delle FFAA e gli altri
corsi ad accesso libero, soprattutto quando si prevede la riserva di un
solo indirizzo di un corso di laurea; ci˛ anche al fine di garantire
chiarezza e omogeneitÓ di trattamento da parte del sistema universitario
nazionale rispetto ai cittadini, sia nella fase di accesso ai corsi
universitari sia in quella dell'esercizio delle competenze professionali
acquisite.
Il CUN, considerato che appaiono essere in attuazione convenzioni che
giÓ
hanno condotto alla concessione del titolo universitario di laurea in
Scienze strategiche (una laurea peraltro tutt'ora in attesa di
decretazione, come prescritto dal D.L. 464/97), agli ufficiali in
servizio,
chiede al sig. Ministro di essere posto a conoscenza di atti (protocolli
d'intesa, convenzioni, concessione di titoli universitari ed altro)
eventualmente giÓ intercorsi tra UniversitÓ ed Enti militari, aventi per
oggetto la formazione universitaria per le FFAA, anche al fine di poter
pi¨
compiutamente costruire il proprio parere sulle classi delle scienze
strategiche, sulla base del proprio documento preliminare, che indica i
criteri omogenei ai quali il CUN vuole attenersi".

Esprimo soddisfazione per la presa di posizione del CUN a seguite delle
mie reiterate osservazioni e proposte. Auspico che tale parere abbia
adeguata eco e considerazione a livello di Esecutivo e di Parlamento al
fine di effettuare scelte ed assumere determinazioni coerenti con il
complesso della riforma.
 

......omissis.......

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Prof. Vittorio Mangione
UniversitÓ degli Studi di Parma
Dipartimento di Matematica
Cattedra di Geometria 1
Componente del Consiglio di Amministrazione
Membro del Consiglio Universitario Nazionale per l'area 01
Membro effettivo della Corte di Disciplina
Via M. D'Azeglio 85/A-43100 Parma
Tel. e fax: 0521902336
e-mail: mangione@prmat.math.unipr.it
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